
“Orrendo delitto nel centro di Roma. Una donna di 21 anni, Simonetta Cesaroni è stata violentata e uccisa nell’ufficio dove lavorava in via Carlo Poma nel centrale rione Prati. Il corpo è stato ritrovato dalla sorella della vittima”. Così l’8 agosto il TG1 diffonde la notizia, così il delitto di via Poma entra nell’immaginario degli italiani.
Sono trascorsi oltre 19 anni da quel giorno. Il prossimo 3 febbraio si aprirà in Corte d’Assise il processo per l’ultimo indagato, l’ex fidanzato Raniero Busco. Negli anni i sospetti erano caduti prima su Pietrino Vanacore, il portiere di via Poma, poi su Federico Valle, il figlio di un noto avvocato civilista con lo studio in via Poma, 2. In entrambi i casi la richiesta di rinvio a giudizio si è conclusa con un nulla di fatto.
Una rilettura in chiave scientifica di alcuni elementi tralasciati durante la prima fase delle indagini ha consentito a Roberto Cavallone prima e ad Ilaria Calò poi, di formulare una richiesta di processo per l’ex fidanzato. L’ipotesi accusatoria ha diviso profondamente l’opinione pubblica. Gli indizi a carico sono ben lungi dal poter essere considerati decisivi. Inoltre Raniero Busco non aveva una motivazione credibile per commettere quel gesto e la ricostruzione cronologica degli eventi proposta dai PM presenta alcune importanti incongruenze. Comunque il processo si farà e dal dibattimento potrebbero venire fuori molte sorprese.
Ultimamente Lucio Molinaro, l’avvocato della famiglia Cesaroni, ha affermato: "Il rapporto tra Simonetta e Busco era ormai esasperato dalle troppe liti e uno dei due alla fine ha ceduto. E' un fatto noto che i rapporti tra i due non fossero idilliaci. Da parte di Simonetta c'erano lamentele e risentimento per essere trascurata, da parte di lui una indifferenza giovanile". Nei fatti quello tra Simonetta e Raniero era un rapporto mai decollato davvero. Dopo una prima interruzione i due tiravano avanti senza particolari slanci sentimentali. Credo si sia indagato poco sul giro di amicizie di Simonetta, soprattutto sulle amicizie “nuove”. La ragazza aveva capito da tempo che con Raniero non c’era un futuro e non si può escludere che non avesse iniziato a “guardarsi attorno”. C’è un episodio poco noto che – se dovesse rivelarsi vero – starebbe a dimostrare quanto poco si sappia delle frequentazioni di Simonetta.
Dobbiamo fare un salto indietro nel tempo e arrivare agli inizi di ottobre del 1990.
B.T. (per rispetto della privacy riporto solo le iniziale del suo nome) si reca presso il commissariato di Albano e rilascia ad un ispettore suo amico una dichiarazione spontanea. B.T. è un ristoratore dei Castelli, proprietario di un grande ristorante molto conosciuto.
Nella dichiarazione B.T. afferma che Simonetta si è recata a cena con un individuo nel suo locale sul finire di luglio. Lui ha ricollegato dopo aver visto la foto della ragazza pubblicata dai giornali. Inoltre, a farlo decidere è stata anche un’altra circostanza. L'individuo è tornato nel ristorante circa un mese e mezzo dopo l'omicidio, da solo. B.T., incuriosito, ci parla pur senza chiedere esplicitamente dell'omicidio. Un dialogo, come spesso accade nei ristoranti, molto essenziale... solo qualche frase buttata là. Sempre secondo B.T. l'individuo, pur accettando la conversazione, risponde alle domande del ristoratore con essenzialità.
L'uomo afferma di essere un fotoreporter appena tornato dal Golfo Persico, aggiunge di lavorare per il quotidiano La Repubblica. B.T. lo squadra bene: un metro e settanta di altezza, barba appena accennata, capelli corti castani, abbigliamento sportivo, età tra i 30 ed i 40. L'individuo finisce di cenare, i due parlano ancora un poco, poi se ne va. Il ristoratore annota anche il tipo di autovettura, una Peugeot rossa di media cilindrata. Però non riesce a prendere la targa.
Dopo un paio di giorni B.T. rilascia la dichiarazione spontanea. Attende un riscontro, continua a seguire il caso sui giornali, poi in assenza di una chiamata da parte della PS si rivolge al suo avvocato chiedendogli un consiglio sul da farsi.
L'avvocato di B.T., ovvero Antonio De Vita, conosce bene il caso perché è il difensore di Pietrino Vanacore. Il legale fa qualche domanda in Procura e si accerta del fatto che il commissariato di Albano ha inviato al PM Pietro Catalani la dichiarazione spontanea del ristoratore. Il PM però non ha sentito la necessità di alcun approfondimento e la vicenda finisce così.
Solo 5 anni dopo,siamo nel 1995 e una sentenza della Cassazione ha già respinto definitivamente il "teorema Catalani", qualcuno si ricorda della dichiarazione del ristoratore.
Le notizie, a partire da questo momento, sono contraddittorie. Secondo voci raccolte in Procura B.T. sarebbe stato ascoltato (ma da chi?), secondo lo stesso B.T. nessuno gli ha più chiesto nulla. Claudio Cesaroni liquida la storia come una montatura, ovvero non crede che la figlia sia stata a cena con questo individuo. Antonio De Vita prima dichiara che agli atti ci sono due deposizioni di B.T. poi corregge il tiro e dice che ce n'è una sola, quella rilasciata spontaneamente al commissariato di Albano. Un cronista de Il Tempo parla con un funzionario della PS di Roma chiedendo spiegazioni. Il funzionario gli risponde che se pure fosse vero della cena, manca la possibilità di procedere ai riscontri. Insomma il "solito" casino. La vicenda si chiude definitivamente.
Ho fatto qualche ricerca per mio conto. Non risulta che a La Repubblica abbia lavorato negli anni '90 un fotoreporter corrispondente a quelle caratteristiche. D'altra parte La Repubblica, come gran parte dei quotidiani nazionali, si avvale per eventi "internazionali", ora come allora, dei servizi fotografici delle grandi agenzie.
B. T. è in buona fede! Se ha preso un abbaglio, se si dovesse essere sbagliato sulla presenza di Simonetta nel suo locale a fine luglio 1990 non è imputabile di secondi fini. Lui continua ad essere convinto che la ragazza con il tipo visto due volte soltanto è proprio quella uccisa in via Poma. "Non posso essermi sbagliato! Era una bella ragazza, mi aveva colpito... Anche per questo l'ho riconosciuta immediatamente".
Fin qui i fatti, come sono riuscito a ricostruirli.
Solo due considerazioni.
Forse B.T. non ha capito bene cosa volesse dirgli il presunto fotoreporter, nel senso che potrebbe aver confuso il suo lavorare come freelance, o per qualche agenzia, per una collocazione lavorativa nell’organico de La Repubblica. Oppure il tipo ha mentito più o meno intenzionalmente ed ha dato a B.T. una versione artefatta del suo lavoro. Viene da chiedersi perché non abbia sentito la necessità, qualora conoscesse davvero Simonetta Cesaroni, di recarsi in Procura a riferire della sua conoscenza. Certo è che se l'episodio fosse vero e se il tipo fosse davvero un fotografo qualche ulteriore collegamento con il caso ci sarebbe. Come molti ricorderanno si è scritto che Simonetta aveva nella borsetta delle foto. Sono le foto divenute poi le icone di questo tremendo omicidio. Temo che ci sia una inesattezza in quanto riportato dai media. Da quello che so non erano foto, ma negativi. Le foto sono state poi stampate dalla polizia scientifica e diffuse alla stampa. Ora se può essere comprensibile che una ragazza se ne vada in giro con le foto della precedente estate (era stata in vacanza in Sardegna con una amica) è meno usuale che giri con i negativi... E se li avesse con se per darli al tipo non identificato, di professione fotografo, magari su sua richiesta, per farsi stampare delle foto?
Secondo B.T. il tipo abitava in zona Castelli, tra Albano e Genzano. Ricordate i due episodi delle rose rosse deposte sulla tomba di Simonetta? Tra i molti eventi strani che hanno caratterizzato le indagini sull'omicidio di Simonetta Cesaroni ce n'è uno decisamente inquietante.
Nel dicembre del 1990 qualcuno depone sulla tomba di Simonetta, a Genzano, una composizione pregiata, di 19 rose rosse. La famiglia chiede ad amici di Simonetta e a parenti, ma nessuno rivendica il gesto. Lucio Molinaro informa quindi il magistrato richiedendo di predisporre appostamenti. La deposizione di fiori si ripete, sempre lo stesso giorno (il primo martedì del mese), nel febbraio del 1991: composizione identica con le solite 19 rose rosse. Questa volta Pietro Catalani acconsente a richiedere un appostamento, nel mentre si svolgono indagini per identificare il fioraio che ha confezionato la composizione.
La fioraia viene individuata dall’avvocato Lucio Molinaro. Riferirà che il mazzo gli è stato richiesto e pagato da due “ragazze”. La Polizia non riesce però ad identificarle. L’appostamento fallisce a causa di una fuga di notizie. Dopo due giorni di inutile attesa un quotidiano a caccia di scoop pubblica un articolo sul misterioso visitatore della tomba e la possibilità di coglierlo sul fatto svanisce.
Certo la mia è solo una sensazione, ma sono sempre stato convinto che chi ha portato là quei fiori fosse un "territoriale". Sì, qualcuno che abitava proprio ai Castelli…
by Colas




