martedì 29 dicembre 2009

LA RAGAZZA, IL FOTOREPORTER e IL RISTORATORE



Orrendo delitto nel centro di Roma. Una donna di 21 anni, Simonetta Cesaroni è stata violentata e uccisa nell’ufficio dove lavorava in via Carlo Poma nel centrale rione Prati. Il corpo è stato ritrovato dalla sorella della vittima”. Così l’8 agosto il TG1 diffonde la notizia, così il delitto di via Poma entra nell’immaginario degli italiani.

Sono trascorsi oltre 19 anni da quel giorno. Il prossimo 3 febbraio si aprirà in Corte d’Assise il processo per l’ultimo indagato, l’ex fidanzato Raniero Busco. Negli anni i sospetti erano caduti prima su Pietrino Vanacore, il portiere di via Poma, poi su Federico Valle, il figlio di un noto avvocato civilista con lo studio in via Poma, 2. In entrambi i casi la richiesta di rinvio a giudizio si è conclusa con un nulla di fatto.
Una rilettura in chiave scientifica di alcuni elementi tralasciati durante la prima fase delle indagini ha consentito a Roberto Cavallone prima e ad Ilaria Calò poi, di formulare una richiesta di processo per l’ex fidanzato. L’ipotesi accusatoria ha diviso profondamente l’opinione pubblica. Gli indizi a carico sono ben lungi dal poter essere considerati decisivi. Inoltre Raniero Busco non aveva una motivazione credibile per commettere quel gesto e la ricostruzione cronologica degli eventi proposta dai PM presenta alcune importanti incongruenze. Comunque il processo si farà e dal dibattimento potrebbero venire fuori molte sorprese.

Ultimamente Lucio Molinaro, l’avvocato della famiglia Cesaroni, ha affermato: "Il rapporto tra Simonetta e Busco era ormai esasperato dalle troppe liti e uno dei due alla fine ha ceduto. E' un fatto noto che i rapporti tra i due non fossero idilliaci. Da parte di Simonetta c'erano lamentele e risentimento per essere trascurata, da parte di lui una indifferenza giovanile". Nei fatti quello tra Simonetta e Raniero era un rapporto mai decollato davvero. Dopo una prima interruzione i due tiravano avanti senza particolari slanci sentimentali. Credo si sia indagato poco sul giro di amicizie di Simonetta, soprattutto sulle amicizie “nuove”. La ragazza aveva capito da tempo che con Raniero non c’era un futuro e non si può escludere che non avesse iniziato a “guardarsi attorno”. C’è un episodio poco noto che – se dovesse rivelarsi vero – starebbe a dimostrare quanto poco si sappia delle frequentazioni di Simonetta.

Dobbiamo fare un salto indietro nel tempo e arrivare agli inizi di ottobre del 1990.
B.T. (per rispetto della privacy riporto solo le iniziale del suo nome) si reca presso il commissariato di Albano e rilascia ad un ispettore suo amico una dichiarazione spontanea. B.T. è un ristoratore dei Castelli, proprietario di un grande ristorante molto conosciuto.
Nella dichiarazione B.T. afferma che Simonetta si è recata a cena con un individuo nel suo locale sul finire di luglio. Lui ha ricollegato dopo aver visto la foto della ragazza pubblicata dai giornali. Inoltre, a farlo decidere è stata anche un’altra circostanza. L'individuo è tornato nel ristorante circa un mese e mezzo dopo l'omicidio, da solo. B.T., incuriosito, ci parla pur senza chiedere esplicitamente dell'omicidio. Un dialogo, come spesso accade nei ristoranti, molto essenziale... solo qualche frase buttata là. Sempre secondo B.T. l'individuo, pur accettando la conversazione, risponde alle domande del ristoratore con essenzialità.

L'uomo afferma di essere un fotoreporter appena tornato dal Golfo Persico, aggiunge di lavorare per il quotidiano La Repubblica. B.T. lo squadra bene: un metro e settanta di altezza, barba appena accennata, capelli corti castani, abbigliamento sportivo, età tra i 30 ed i 40. L'individuo finisce di cenare, i due parlano ancora un poco, poi se ne va. Il ristoratore annota anche il tipo di autovettura, una Peugeot rossa di media cilindrata. Però non riesce a prendere la targa.

Dopo un paio di giorni B.T. rilascia la dichiarazione spontanea. Attende un riscontro, continua a seguire il caso sui giornali, poi in assenza di una chiamata da parte della PS si rivolge al suo avvocato chiedendogli un consiglio sul da farsi.
L'avvocato di B.T., ovvero Antonio De Vita, conosce bene il caso perché è il difensore di Pietrino Vanacore. Il legale fa qualche domanda in Procura e si accerta del fatto che il commissariato di Albano ha inviato al PM Pietro Catalani la dichiarazione spontanea del ristoratore. Il PM però non ha sentito la necessità di alcun approfondimento e la vicenda finisce così.

Solo 5 anni dopo,siamo nel 1995 e una sentenza della Cassazione ha già respinto definitivamente il "teorema Catalani", qualcuno si ricorda della dichiarazione del ristoratore.
Le notizie, a partire da questo momento, sono contraddittorie. Secondo voci raccolte in Procura B.T. sarebbe stato ascoltato (ma da chi?), secondo lo stesso B.T. nessuno gli ha più chiesto nulla. Claudio Cesaroni liquida la storia come una montatura, ovvero non crede che la figlia sia stata a cena con questo individuo. Antonio De Vita prima dichiara che agli atti ci sono due deposizioni di B.T. poi corregge il tiro e dice che ce n'è una sola, quella rilasciata spontaneamente al commissariato di Albano. Un cronista de Il Tempo parla con un funzionario della PS di Roma chiedendo spiegazioni. Il funzionario gli risponde che se pure fosse vero della cena, manca la possibilità di procedere ai riscontri. Insomma il "solito" casino. La vicenda si chiude definitivamente.

Ho fatto qualche ricerca per mio conto. Non risulta che a La Repubblica abbia lavorato negli anni '90 un fotoreporter corrispondente a quelle caratteristiche. D'altra parte La Repubblica, come gran parte dei quotidiani nazionali, si avvale per eventi "internazionali", ora come allora, dei servizi fotografici delle grandi agenzie.

B. T. è in buona fede! Se ha preso un abbaglio, se si dovesse essere sbagliato sulla presenza di Simonetta nel suo locale a fine luglio 1990 non è imputabile di secondi fini. Lui continua ad essere convinto che la ragazza con il tipo visto due volte soltanto è proprio quella uccisa in via Poma. "Non posso essermi sbagliato! Era una bella ragazza, mi aveva colpito... Anche per questo l'ho riconosciuta immediatamente".

Fin qui i fatti, come sono riuscito a ricostruirli.

Solo due considerazioni.

Forse B.T. non ha capito bene cosa volesse dirgli il presunto fotoreporter, nel senso che potrebbe aver confuso il suo lavorare come freelance, o per qualche agenzia, per una collocazione lavorativa nell’organico de La Repubblica. Oppure il tipo ha mentito più o meno intenzionalmente ed ha dato a B.T. una versione artefatta del suo lavoro. Viene da chiedersi perché non abbia sentito la necessità, qualora conoscesse davvero Simonetta Cesaroni, di recarsi in Procura a riferire della sua conoscenza. Certo è che se l'episodio fosse vero e se il tipo fosse davvero un fotografo qualche ulteriore collegamento con il caso ci sarebbe. Come molti ricorderanno si è scritto che Simonetta aveva nella borsetta delle foto. Sono le foto divenute poi le icone di questo tremendo omicidio. Temo che ci sia una inesattezza in quanto riportato dai media. Da quello che so non erano foto, ma negativi. Le foto sono state poi stampate dalla polizia scientifica e diffuse alla stampa. Ora se può essere comprensibile che una ragazza se ne vada in giro con le foto della precedente estate (era stata in vacanza in Sardegna con una amica) è meno usuale che giri con i negativi... E se li avesse con se per darli al tipo non identificato, di professione fotografo, magari su sua richiesta, per farsi stampare delle foto?

Secondo B.T. il tipo abitava in zona Castelli, tra Albano e Genzano. Ricordate i due episodi delle rose rosse deposte sulla tomba di Simonetta? Tra i molti eventi strani che hanno caratterizzato le indagini sull'omicidio di Simonetta Cesaroni ce n'è uno decisamente inquietante.
Nel dicembre del 1990 qualcuno depone sulla tomba di Simonetta, a Genzano, una composizione pregiata, di 19 rose rosse. La famiglia chiede ad amici di Simonetta e a parenti, ma nessuno rivendica il gesto. Lucio Molinaro informa quindi il magistrato richiedendo di predisporre appostamenti. La deposizione di fiori si ripete, sempre lo stesso giorno (il primo martedì del mese), nel febbraio del 1991: composizione identica con le solite 19 rose rosse. Questa volta Pietro Catalani acconsente a richiedere un appostamento, nel mentre si svolgono indagini per identificare il fioraio che ha confezionato la composizione.
La fioraia viene individuata dall’avvocato Lucio Molinaro. Riferirà che il mazzo gli è stato richiesto e pagato da due “ragazze”. La Polizia non riesce però ad identificarle. L’appostamento fallisce a causa di una fuga di notizie. Dopo due giorni di inutile attesa un quotidiano a caccia di scoop pubblica un articolo sul misterioso visitatore della tomba e la possibilità di coglierlo sul fatto svanisce.

Certo la mia è solo una sensazione, ma sono sempre stato convinto che chi ha portato là quei fiori fosse un "territoriale". Sì, qualcuno che abitava proprio ai Castelli…

by Colas

Cosa sta accadendo in Iran?



Nel mentre il regime iraniano – a detta di molti osservatori – si sta preparando a liquidare definitivamente l’opposizione con una nuova serie di arresti, vanno aumentando gli episodi di sfida nei confronti dell’Occidente.

Dopo la protesta colorata di giugno e di luglio, forse, “sostenuta” dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra, guardata con grande interesse e partecipazione emotiva, ma scarsamente compresa, Mahmoud Ahmadinejad ha riacquisito la piena capacità di controllare gli eventi. Lo stordimento e l’indecisione del dopo elezioni sono svanite. L’alleanza anti Ahmadinejad – venuta fuori con le elezioni presidenziali – mostra invece segni di sfaldamento.

Le manifestazioni di piazza indette contro il governo nel mese di dicembre continuano ad essere represse con determinazione, senza badare troppo ai cadaveri lasciati sull’asfalto. Purtroppo – nella situazione iraniana – la repressione non è il sintomo di una debolezza del presidente in carica. Piuttosto si tratta di una reazione autorizzata dalla più alta carica religiosa e politica del paese. L’ayatollah Ali Khamenei ha inappellabilmente condannato come “nemico della rivoluzione” chiunque esprima critiche nei confronti del governo.

La lotta politica in Iran è tutta interna ad un ristretto gruppo di individui, ognuno dei quali è espressione di interessi economici precisi, oppure è un influente membro del clero sciita.
Il sangue delle centinaia di persone rimaste uccise durante le proteste non è stato versato per la libertà del popolo iraniano, ma per consentire ad una opposizione debole di continuare ad avere ancora un ruolo. Chiunque pensi che la piazza possa scalzare il governo in carica si illude, oppure è in malafede. Solo gli studenti di Teheran e alcuni gruppi legati ai sindacati di “sinistra” possono essere considerati un movimento di opposizione “reale” ai tradizionali gruppi di potere. Ma si tratta di una opposizione ancora troppo debole per poter sperare di cancellare il sistema di potere iraniano.

I problemi veri dell’Iran sono legati all’incapacità dell’ayatollah Ali Khamenei di svolgere quel compito di mediazione tra le “fazioni” che dovrebbe essere la funzione più importante del suo ruolo. Nel momento in cui Khamenei ha preso posizione per il partito dei pasdaran, alleandosi con Ahmadinejad, nel momento in cui è venuto meno il ruolo della “Guida Suprema”, è saltato irrimediabilmente il fondamento stesso della Repubblica Islamica. Il consenso su cui possono contare i pasdaran e i loro alleati è in grado di resistere senza troppi problemi ai tentativi di destabilizzazione messi in atto dall’opposizione. Le decine di migliaia di sostenitori di Mir Hossein Mousavi, localizzati prevalentemente a Teheran, possono poco o nulla nei confronti degli apparati repressivi a disposizione del regime.

Le contraddizioni emergeranno quando si porrà il problema di sostituire Khamenei. Ma non è detto che i pasdaran non siano in grado di gestire una successione rapida, convincendo il clero sciita a rinnovare l’alleanza con loro. Per il momento l’Occidente non ha alcuna possibilità di intervenire nell’intricato pantano della politica iraniana, a meno di non mettere in conto scenari apocalittici.

Mahmoud Ahmadinejad è tornato ad alzare la posta sulla questione nucleare. Le centrifughe di nuova generazione per l’arricchimento dell’uranio, fabbricate interamente in Iran, consentiranno di quadruplicare la produzione a partire dal 2011. Tuttavia i servizi di intelligence americani, inglesi e israeliani sostengono che l’Iran sarebbe in grado, già dalla metà del prossimo anno, di costruire alcuni ordigni atomici. Il test effettuato con il vettore a lungo raggio Sejil 2 ha destato molte preoccupazioni. Il missile è infatti in grado di raggiungere sia le basi USA nella regione del golfo, che Israele.
In questa situazione di forte tensione l’atteggiamento provocatorio del regime di Teheran sul nucleare, le scorribande degli hacker di stato, gli sconfinamenti di commandos in Iraq, i test missilistici, pongono molte domande sulle reali intenzioni dei pasdaran.
Escludo che Teheran voglia arrivare ad un confronto militare con l’Occidente, le provocazioni sembrano essere più uno strumento di politica interna, piuttosto che il tentativo di arrivare ad una prova di forza su scala internazionale.

Nei fatti è l’Iran a sentirsi sotto attacco. Più che l’attuazione delle sanzioni economiche, il governo di Teheran teme gli effetti devastanti, sulle sue ambizioni di potenza regionale, di un eventuale attacco portato da Israele sugli impianti di arricchimento dell’uranio e non manca occasione per far sapere che è in grado di reagire.
Insomma una situazione destinata a diventare nei prossimi mesi ancora più pericolosa.

by Colas

per seguire gli eventi iraniani su twitter:

http://twitter.com/IranStreets

I miei articoli sull'IRAN:

Mahmoud Vahidnia versus Ali Khamenei
Iran. Tutto quello che non si vede...
Iran. Parabola breve di una rivoluzione colorata (prima parte)
Iran. Parabola breve di una rivoluzione colorata (seconda parte)
Iran. Parabola breve di una rivoluzione colorata (terza parte)
Iran. Parabola breve di una rivoluzione colorata (quarta parte)
Tutti i post di persiankiwi su Twitter (per chi non li ha letti, per chi se li è persi...)

lunedì 28 dicembre 2009

Sull'evaporazione del "bene comune"



C’è mai stata in Italia una diffusa e condivisa preoccupazione per il “bene comune”?

Difficile rispondere a questa domanda. L’adesione alle ideologie che hanno segnato tre quarti del ‘900 e la partecipazione politica che ne è scaturita, può essere considerata la manifestazione di una volontà collettiva, unificata dalla prospettiva di concretizzare un modello di socialità largamente condiviso e migliore di quello in essere, verso il bene comune.

Ma le ideologie hanno mostrato anche il rovescio della medaglia, ovvero la loro capacità di generare divisioni aspre, talvolta letali. Nel mentre raccoglievano l’adesione di milioni di individui attorno all’attesa di un futuro migliore, scatenavano mostruosità capaci di mobilitare quegli individui l’un contro l’altro, di cancellare il rispetto della vita in nome di una ragione assoluta, considerata come una divinità che pretende adorazione incondizionata.

Il termine bene comune indica concetti non facilmente definibili. Indica la consapevolezza di una cultura omogenea, l’adesione di massima ai valori fondanti della comunità, la condivisione delle regole su cui si basa la convivenza. Tutti concetti sui quali il singolo difficilmente riesce a trovare piena assonanza con un altro singolo. Eppure la sintesi si impone quasi per necessità. Senza la libera scelta di condividere obiettivi di convivenza collettivi, ovvero di perseguire il bene comune, la società civile rischia di sfaldarsi, o peggio di trovare la propria integrazione solo attraverso l’uso della forza e della coercizione.

Un momento nel quale il perseguimento del bene comune ha avuto modo di manifestarsi, al di là delle ideologie, è stato quando, dopo il secondo conflitto mondiale, si è riunita l’Assemblea Costituente.
Due diverse concezioni costituzionali e politiche si confrontarono, riuscendo tuttavia a trovare una sintesi. Da un lato quella "atomista e individualista, di tipo occidentale " e dall’altro quella "statalista, di tipo hegeliano". Prevalse alla fine il principio che “per il pieno sviluppo della persona umana, a cui la nostra Costituzione doveva tendere, era necessario non solo affermare i diritti individuali, non solo affermare i diritti sociali, ma dichiarare l'esistenza dei diritti delle comunità intermedie che vanno dalla famiglia sino alla comunità internazionale”.
La carta costituzionale sembra oggi un’eco lontana. Prevale l’attenzione per il sé, tutt’al più per la consorteria, per il gruppo a cui ci si sente sodali.

Il “bene comune”, inteso come il preoccuparsi dei singoli per ciò che è di tutti è evaporato sia come categoria della politica, sia come valore morale condiviso.

Il bene comune si è perso ed è stato sgretolato dalla televisione. In realtà più che una serie di valori, i cittadini condividono una semplificazione morale mediata dalla televisione. Una semplificazione basata sull’imposizione di modelli di comportamento, di schemi di pensiero, di induzione al consumo, di sopravvivenza dei centri di potere.

Gli individui vivono una solitudine lacerante e si arrabattano ad esorcizzarla con le illusioni, rimuovendo la consapevolezza di condividere il passato e la necessità di progettare il futuro.

Vivendo nella grande illusione


Nei giorni immediatamente precedenti il Natale mi sono soffermato ad osservare la gente in fila davanti i negozi del centro di Roma. Da Tiffany a Hogan, da Prada a Vuitton, migliaia di persone hanno atteso pazientemente il loro turno anche per alcune ore. Al di là della necessità di acquistare regali, per se stessi, per gli altri, ho notato un’ansia insolita, per certi versi “nuova”.

Credo che la gente sia terrorizzata dall’idea di sentirsi povera, per questo ha acquistato prodotti griffati, investendo cifre importanti, senza stare a preoccuparsi troppo del futuro. La crisi ha generato una sorta di rimozione del futuro, come reazione all’inquietudine di proiettarne la consapevolezza. Si preferisce vivere nell’illusione effimera del presente. La vita scorre illuminata solo da quello che c’è ora. Il passato ed il futuro non interessano, se ne stanno rimossi, come fondali indefiniti.

E il grande illusionista lo sa!

lunedì 7 dicembre 2009

Berlusconi at bay. Un editoriale del Financial Times evidenzia il fatto che chi è sospettato di "rapporti" con la mafia non può governare l'Italia!


"Berlusconi è sotto assedio", scrive il più autorevole quotidiano economico europeo. "E' prematuro - continua l'editoriale del Financial Times - dare per spacciato questo scaltro uomo politico, ma sta pattinando su un ghiaccio sottile (...) La lamentela da lui spesso citata secondo cui non può governare e al tempo stesso affrontare una serie di casi in tribunale contro di lui è sicuramente giusta. Il suo governo sta cominciando a trascorrere più tempo a fare i conti con i problemi di Berlusconi che con quelli del paese. Le dure decisioni necessarie per riformare l'economia e le istituzioni italiane non verranno prese finché egli rimane primo ministro".

Silvio Berlusconi, Italy’s flamboyant prime minister, has always seemed able to float above the controversies that episodically crowd in on him, like the impish hero of some picaresque novel. Italian voters continue to elect him and the wave of sex scandals that have kept his name in the news for much of this year has, if anything, added to his mystique.

But things could now – at last – be getting serious for Il Cavaliere.

Anti-Mafia laws will enrich mob, say critics - Dec-04State TV discloses Berlusconi bank deposits - Nov-16Berlusconi clears path for judicial reform - Nov-11Global Insight: Berlusconi’s peekaboo politics pays off - Nov-04Berlusconi escapes censure on media - Oct-21Berlusconi paper seeks constitutional change - Oct-13On Friday, in Turin, he was named in court by a convicted killer as having links to Sicily’s Mafia in the midst of a bombing campaign carried out by the Cosa Nostra in the early 1990s. The allegations – denied by Mr Berlusconi – nevertheless highlight his links with Marcello Dell’Utri, a close associate appealing against a nine-year jail sentence for Mafia association. On the same day, in another court in Milan, Mr Berlusconi’s lawyers said that his official duties prevented him from appearing to defend himself against charges that he had bribed David Mills, his former UK lawyer, to give false testimony. He is also a defendant in a separate trial involving his Mediaset TV interests, while last week yet another court demanded that his Fininvest holding company provide a €750m bank guarantee against damages awarded against it in a takeover battle for the Mondadori publishing house.

Since the constitutional court in October struck down a law he pushed through to make sitting prime ministers immune from prosecution, Mr Berlusconi has been under siege. His wife’s claim for a punitive divorce settlement has added to his woes – and kept the headlines well stoked. Over the weekend, Italians mounted a big No to Berlusconi demonstration.

Even his ally, Gianfranco Fini, a possible successor who has hurtled from post-fascism towards the political centre, was recorded saying Mr Berlusconi confuses “leadership with absolute monarchy”. His foreign policy, based on personal ties to leaders such as Vladimir Putin and Muammer Gaddafi, sometimes appears to mix state and business affairs.

It is premature to count this wily survivor out – but he is skating on thin ice. His own complaint that he cannot govern and fight the barrage of court cases against him is surely right. He may dismiss it all as a witch-hunt by “red magistrates”. But his government is starting to spend more time dealing with Mr Berlusconi’s problems than the country’s. Tough decisions to reform Italy’s economy and institutions will not be taken while he remains prime minister.

martedì 1 dicembre 2009

Il processo (per B) non sarà ne lungo ne breve! Semplicemente non ci sarà...


Un giorno di tanti anni fa andai a parlare con un importante esponente del PSI. L’inchiesta Mani Pulite aveva raggiunto l’apice. Dopo aver commentato l’ennesimo arresto mi disse, con tono sornione, che la situazione era sotto controllo perché il Parlamento si preparava a varare una “leggina” per depenalizzare il finanziamento illecito ai partiti. Sappiamo tutti come andò a finire.

Il 5 marzo 1993, il governo Amato varò effettivamente un decreto legge chiamato con il nome del Ministro Giovanni Conso che lo propose, ma subito ridefinito colpo di spugna. Il decreto, redatto sulla base di un testo discusso e approvato dalla Commissione Affari Costituzionali del Senato, depenalizzava il finanziamento illecito ai partiti, ma conteneva un controverso articolo che dava alla legge un valore retroattivo. Se fosse stato promulgato le varie inchieste Mani Pulite si sarebbero dovute fermare. Il pool milanese reagì lanciando un appello in televisione. L’opinione pubblica, supportata dalla quasi totalità della stampa nazionale, non restò indifferente e il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro per la prima volta nella storia repubblicana rifiutò di firmare un decreto-legge, ritenendolo incostituzionale.

La situazione, ad oltre 15 anni di distanza, sembra cambiata radicalmente. Ovviamente non si può paragonare l’inchiesta Mani Pulite con le molteplici chiamate in causa di B in ambito giudiziario. Nella prima metà degli anni ’90 c’era un’intera classe politica messa sotto accusa dalla magistratura, ma anche dall’opinione pubblica. Oggi c’è un uomo potente finanziariamente e politicamente che sostiene di continuare ad essere attaccato dai magistrati di “sinistra” non per presunte violazioni della legge ma solo ed unicamente per ragioni politiche. Ma la differenza sostanziale sta nel fatto che B può contare su una opinione pubblica che gli crede.

Inevitabilmente la questione della processabilità o meno di B si intreccia con la sua carica istituzionale. In qualità di Presidente del Consiglio B afferma che gli “attacchi” della magistratura sarebbero un tentativo di ribaltare la “volontà popolare”. B sostiene di avere comunque il diritto-dovere di governare poiché eletto dal “popolo”. Le conseguenze giuridiche di tale affermazione sono ancora tutte da analizzare. Nei fatti si profila una sorta di “irresponsabilità” di fronte alla legge di un “primus super pares”. Ovvero si profila la non processabilità di chi è stato “eletto” direttamente dal popolo. Ora però, anche volendo prendere per buona questa affermazione, resta il fatto che B non è stato eletto direttamente da un voto popolare. L’incarico gli è stato conferito, come prevede la Costituzione, dal Presidente della Repubblica. Spetta a lui, infatti, il compito di prendere atto del risultato elettorale e di procedere conseguentemente.

B non ha alcuna intenzione di fare un passo indietro, di ritirarsi dalla vita politica e di accettare, come capita a tutti i cittadini di questo Paese, l’eventualità di essere processato. L’ho scritto più volte, B è più debole di un anno fa. Gli effetti devastanti di una crisi politica interna alla maggioranza, aggravati dalle note vicende personali, si sono fatti sentire. Tuttavia non ha perso il sostegno della maggioranza (Gianfranco Fini, obtorto collo, ha dovuto accettare l’imminente promulgazione di una legge sul “processo breve”) e può ancora contare sul consenso della maggioranza dei suoi elettori. Il presidente della Repubblica Napolitano si è posto una domanda difficile: si può far cadere un governo che dispone di una larga maggioranza nel Paese senza incidere negativamente sul processo democratico? La risposta di Napolitano è stata chiara e netta: no, non si può.

Qualche giorno fa Sergio Romano ha scritto sulle pagine de Il Corriere della Sera: “Occorre una tregua, e la soluzione migliore per garantirne l’osservanza potrebbe essere il ritorno a un maggior senso di responsabilità dei poteri dello Stato, evitando forzature e invasioni di campo. Questo processo sarebbe favorito da una forma di immunità (che ricordiamolo fu introdotta dai padri costituenti) purché concordata a larga maggioranza”. Insomma il ripristino dell’immunità parlamentare, oppure una leggina che riconosca il “legittimo impedimento”.

Il nuovo segretario del PD, rispolverando i vecchi attrezzi del “fare politica”, ha lasciato aperta una porta ed ha fatto chiaramente intendere che c’è la disponibilità ad una tregua.

La mia opinione è che B tirerà dritto per la sua strada. Più che dei costituzionalisti si fida dei suoi avvocati. Sono loro che gli hanno scritto e continuano a scrivergli le leggi ad personam. L’obiettivo è quello di liberarsi “definitivamente” di tutti i processi. Lasciando che cadano in prescrizione. Ovvero non difendersi nei processi, ma difendersi dai processi. B non ha alcuna intenzione di accettare il “giudizio” da parte di un qualsivoglia tribunale della Repubblica. Nella sua continua “rilettura” della realtà, B ritiene di non poter essere giudicato da nessuno. Nella sua visione la volontà popolare di cui è effettivamente espressione lo pone un gradino al di sopra di tutti gli altri cittadini. Quindi, nei fatti, B ha già modificato la Costituzione. Chi riesce ad ottenere un vasto consenso non può essere processato!

In questo scenario una intervista rilasciata da Enrico Letta, oltre che tardiva, appare sinceramente ridicola.

ASCOLTATE, INVECE, QUELLO CHE DICE FINI!

by Colas