sabato 13 novembre 2010

Storie di spie. Gli 007 russi traditi dal loro "controllore"

Anna Chapman
Sarebbe stato il loro «controllore» di Mosca a tradire le dieci spie russe arrestate dagli americani a giugno e poi tornate a casa grazie a uno scambio. La notizia è stata pubblicata ieri dall'autorevole quotidiano Kommersant e ha suscitato un putiferio in Russia. Anche perché, contrariamente a quanto affermato fino ad ora, almeno uno dei dieci «illegali» aveva ottenuto informazioni molto importanti per la Russia. Tanto da meritarsi anni fa l'onorificenza di Eroe dell'Unione Sovietica.
Il «traditore» che avrebbe bruciato l'intera rete russa sarebbe un colonnello dell'Svr - l'agenzia per lo spionaggio estero (una volta era il primo direttorato del Kgb) - di cui è stato fornito solo il cognome, probabilmente fasullo, Shcherbakov. Era il responsabile degli «illegali americani» (agenti con false identità, senza copertura diplomatica).
Per la Russia è un colpo gravissimo, paragonabile a quello che fu inferto tra il 1992 e il 1995 dall'archivista Vasilij Mitrokhin che consegnò agli inglesi casse piene di documenti sull'attività del Kgb all'estero. E per gli americani una specie di vendetta dopo che negli anni Ottanta e fino al Duemila era stata Mosca a poter contare sulle soffiate di due importantissime talpe: Aldrich Ames, che alla Cia era responsabile dell'analisi delle operazioni sovietiche, e Robert Hanssen che all'Fbi aveva l'incarico di cercare le spie russe infiltrate.
A Mosca lo scoop del Kommersant ha riacceso la guerra tra i servizi e c'è chi ipotizza il ritorno a un unico grande centro, come ai tempi sovietici, con l'Svr assorbito dall'Fsb che invece si occupa oggi solo dello spionaggio interno. Tra l'altro il colonnello Shcherbakov avrebbe una figlia che lavora negli Stati Uniti e un figlio nel servizio russo antidroga che sarebbe andato all'estero poco prima della fuga del colonnello. Shcherbakov avrebbe segnalato agli americani l'esistenza della rete clandestina già dieci anni fa. Alcuni degli illegali, come la famosa Anna Chapman che dopo aver posato per riviste maschili ora inizia una carriera da conduttrice televisiva, sarebbero stati innocui. Ma altri avrebbero invece ottenuto informazioni rilevanti.
Kommersant racconta la storia di Mikhail Vasenkov che già negli anni Sessanta sarebbe approdato in Spagna e poi in Cile come Juan Lazaro, iniziando con buon successo una carriera da fotografo. Dopo il 1980 in Perù conobbe il presidente Fernando Terry, col quale fu anche fotografato. Poi sposò la giornalista Vicky Peláez e con lei si trasferì negli Stati Uniti. Qui avrebbe stretto rapporti con personaggi della sinistra democratica, fornendo preziose informazioni al «bosco», come viene da sempre chiamato lo spionaggio estero che ha sede tra le betulle di Jasenevo, alla periferia di Mosca.
Già negli anni Ottanta un decreto segreto gli assegnò il titolo di Eroe dell'Unione Sovietica. Recentemente è stato nominato generale. Al momento del suo arresto sarebbe stato affrontato da Shcherbakov, appena arrivato negli Usa. Il colonnello gli avrebbe messo davanti i l suo dossier dell'Svr, costringendolo così ad ammettere di essere un agente russo. Poi, sempre secondo Kommersant, gli americani avrebbero cercato inutilmente di farlo parlare, rompendogli alcune costole e fratturandogli una gamba. Ma Vasenkov non ha ceduto.
A Mosca sarebbero stati particolarmente contenti anche di un altro agente, Christopher Metsos, passaporto canadese, che era stato fermato a Cipro su richiesta Usa. Rimesso in libertà su cauzione, ha fatto perdere le sue tracce. «Prova di vera professionalità», sarebbe stato il commento del «bosco».
Tutti gli agenti scoperti sono stati accolti a Mosca da Vladimir Putin (anche lui ex del Kgb) e premiati. In quanto al «traditore», lo stesso primo ministro ha detto che si deve aspettare «una brutta fine». Secondo una fonte del Cremlino citata da Kommersant, per il colonnello sarebbe già partito «un Mercader». E Ramon Mercader era il killer mandato da Stalin in Messico ad ammazzare con una piccozza il «traditore» Trotskij.

Fabrizio Dragosei per il "Corriere della Sera"

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