martedì 28 dicembre 2010

IN MORTE DI UNA MODELLA

Adrienne Martin


AUGUST BUSCH IV

Giallo di Santo Stefano a Saint Louis, nel Missouri. La polizia vuole capire perché siano passati tre quarti d'ora dal momento della morte di Adrienne, domenica alle 12 e 30, alla telefonata d'allarme al 911 del fidanzato che stava con lei, alle 13 e 12. Troppo tempo. Il ritardo nel chiamare i soccorsi genera sempre qualche sospetto, ma stavolta ci sono le personalità dei protagonisti a gonfiare la curiosità investigativa degli inquirenti e il gossip della gente.
Adrienne Martin, giovane modella nativa-americana di 27 anni, capelli lunghi scuri e viso affilato da Pocahontas, era fidanzata da un anno con August Busch IV, 46 anni, maturo playboy dai trascorsi controversi, «normale» successo negli affari ma scapestrato nella vita privata. Dopo aver scalato dagli Anni 80 i gradini della carriera interna nel birrificio di famiglia, la ditta AnheuserBusch, fino a diventarne Ceo nel 2006, due anni dopo ne aveva ceduto il controllo agli europei della InBev, ottenendo un posto non operativo in consiglio d'amministrazione, 10,35 milioni di dollari di buonuscita e un vitalizio da 120mila dollari mensili.
Busch IV ha sempre avuto la fama di uno che cerca i rischi e l'avventura. Terry Ganey, coautore di una biografia non autorizzata sulla dinastia dei celebri birrai arrivati a controllare una quota del 50% del fatturato in America (con Budweiser e Bud Light) prima della vendita del 2008, ha ricordato le passioni spericolate di August: «Guidava motoscafi, motociclette, jet ed elicotteri, e partecipava ad attività sportive che avrebbero potuto procurargli danni fisici».
In passato, Busch IV aveva già avuto vissuto un'altra tragedia, che aveva coinvolto una sua fiamma. Era il 1983, lui aveva 20 anni e studiava all'Università dell'Arizona. Uscito da un bar di Tucson con la girlfriend Michele Frederick, 22 anni, l'aveva caricata sulla sua Corvette nera. La corsa in auto era però finita con uno schianto che aveva ucciso la giovane, mentre Busch fu ritrovato a casa sua solo quattro ore dopo, con la testa spaccata. Disse di non aver soccorso l'amica in preda all'amnesia provocata dalla botta al cranio, e dopo sette mesi di indagini gli inquirenti chiusero il caso per mancanza di prove.
Due anni dopo, August fu prosciolto da una giuria di Saint Louis dall'accusa di aver assalito due agenti. Nell'episodio rocambolesco era stato fermato dopo un inseguimento da parte della squadra narcotici della polizia, che lo aveva scambiato per uno spacciatore ed era riuscito a bloccarlo solo sparandogli a una gomma. Busch IV tentò anche di investire con l'auto gli agenti, ma fu assolto perché riuscì a convincere la giuria di aver agito temendo di essere vittima di un rapimento a scopo di riscatto da parte dei poliziotti in borghese.
Nell'area del Missouri attorno a Saint Louis la famiglia dei Busch è nota per l'impegno nella filantropia e nello sport (ex padroni dei Cardinals, baseball) ma anche per varie tragedie. Nel 1934 August Busch Senior, il presidente della compagnia, si uccise con un colpo di rivoltella.
E nel 1976 Peter Busch, figlio di August Busch Junior e ziastro di August Busch IV, sparò e ammazzò un amico, David Leeker. Si difese dicendo che il colpo era partito accidentalmente quando aveva buttato la pistola sul letto: si dichiarò colpevole di omicidio involontario e fu condannato a cinque anni con la condizionale.

L'ultima vittima della «maledizione dei Busch», Adrienne, sognava di sfondare come protagonista delle pubblicità della birra: «Sono stata alle sfilate di bellezza per molti anni e ora sento che voglio fare qualcosa di più: la modella! È solo l'inizio, non vedo l'ora di vivere il futuro eccitante che mi attende», aveva scritto nel suo profilo su iStudio, sito per aspiranti stelline.
Sposata dal 2002, un figlio di 8 anni e un divorzio alle spalle, la ragazza aveva fatto la cameriera nei ristoranti della catena Hooters, famosa per il personale di sala discinto e avvenente. Soffriva di sindrome del QT lungo, una rara anomalia cardiaca che predispone ad arresti cardiaci improvvisi. Di solito, sono le
«Posso dire che non c'è assolutamente nulla di sospetto sulla sua morte, è la tragica e inaspettata fine di una giovane persona», ha detto ufficialmente, a nome della famiglia Busch, l'avvocato Art Margulis al St. Louis Post-Dispatch . Ma la parola fine sull'ultimo mistero dei Busch tocca anche questa volta a poliziotti e medici legali.
Glauco Maggi per "La Stampa"


lunedì 27 dicembre 2010

Quando Wikileaks pubblicò il Minton Report e svelò gli "sporchi" affari di una multinazionale inglese in Costa d'Avorio

Probo Koala, la nave dei veleni


L'inchiesta del Guardian

Sponsorizzazione dei British and Irish Lions per il tour 2009 in South Africa
Trafigura: una multinazionale con molte ombre
Trafigura è considerata una delle più grandi società indipendenti di commercio di materie prime. Fondata nel 1993, si occupa di commercializzazione di petrolio, derivati del greggio, metalli, minerali, energie rinnovabili e concentrati per industrie. Millenovecento dipendenti impiegati in uffici sparsi in qua­rantaquattro paesi del mondo, con sede prin­cipale a Londra. Nel settore petrolifero la società Trafigura ha accesso a oltre trenta mi­lioni di barili in impianti di stoccaggio. Nel settore dei minerali e dei metalli, invece, pos­siede e gestisce impianti che si concentrano in Sud America, Africa e Cina. E una miniera in Perù. La società ha tra l'altro aumentato i propri investimenti nel settore minerario, figurando alcuni progetti in Africa. È il terzo produttore mondiale di petrolio, dopo la Vitol e la Glencore e la seconda azienda più grande nel settore dei concentrati non ferrosi. Ha accesso ad attività industriali in tutto il mondo, per un valore di 1,5 miliardi di dollari. In poche parole, un colosso del settore petrolifero.
Eppure sin dalla sua nascita si è distinta principalmente per esser stata protagonista di numerosi scandali, con accuse di corruzione, di contrabbando e di smaltimento di rifiuti impropri avvenuti in tutto il mondo.
L'Iraq di Saddam Hussein era sotto sanzioni internazionali nel 2001 quando, secondo il Rapporto Volcker delle Nazioni Unite, Trafigura è stata coinvolta nel contrabbando di 500 mila barili di petrolio fuori dal paese. Probabilmente un ispettore delle Nazioni Unite è stato corrotto per chiudere più di un occhio. Trasfigura Ag, braccio svizzero della compagnia, si è in seguito dichiarata colpevole, negli Stati Uniti, di aver dichiarato il falso sulla provenienza del combustibile venduto alle raffinerie statunitensi. La società incassò 20 milioni di dollari. Trafigura sostiene ancora di aver gestito l'operazione tramite terzi e in buona fede.
Nel 2002 la Pemex, invece, compagnia petrolifera statale messicana, incominciò ad accumulare notevoli quantità di benzina coker, un prodotto di scarto della raffinazione del petrolio, contenente numerose quantità di zolfo e silice, presso la raffineria Cadereyta. Nel 2006 la Pemex esaurì le capacità di stoccaggio e vendette la benzina coker proprio a Trafigura, che da Brownsville, in Texas, provvide a caricare a bordo della nave Probo Koala, di proprietà della compagnia di navigazione greca Prime Marine Management Inc. A bordo della nave fu sperimentato un processo di lavorazione, chiamato "lavaggio caustico", in cui il coker è trattato con la soda caustica per rimuovere le impurità. L'esperimento funzionò e la nafta ri-sultante venne rivenduta per un profitto di circa 19 milioni di dollari.
Altro scandalo importante è sempre del 2006. Alla Giamaica era stato concesso a buon mercato una parte del petrolio nigeriano: Tra-figura lo vendette e trattenne i profitti, pagando soltanto pochi centesimi di commis­sione per ciascun barile. Lo scandalo scoppiò quando un informatore divulgò la circostanza del pagamento di 220 mila sterline al partito del governo. Colin Campbell, segretario gene­rale del Partito nazionale del Popolo giamai­cano, a seguito di questo scandalo si è dimesso. «Mi sono occupato io di disporre che i fondi venissero versati sul conto della com­pagnia, in conformità con il loro desiderio di riservatezza», ha affermato. Trafigura ha in­vece sempre negato che le 220 mila sterline fossero una donazione politica. Bruce Gol­ding, primo ministro della Giamaica, aveva così riferito in Parlamento: «Crediamo che Trafigura sia colpevole di aver corrotto alcuni funzionari pubblici». Trafigura ha ancora una volta respinto ogni accusa.

Il carico della morte
Il 2 luglio 2006 sempre la Probo Koala, nave da carico noleggiata proprio dalla società Tra-figura, entra nel porto di Amsterdam per scari­care centinaia di tonnellate di rifiuti tossici. L'Amsterdam Port Services Bv, società incari­cata dello smaltimento, alza il prezzo di circa venti volte appena si accorge che il carico è molto più tossico del previsto. Le esalazioni sono talmente potenti che vengono chiamati i servizi di emergenza e le autorità olandesi, per condurre ulteriori verifiche. Trafigura dovrebbe pagare mezzo milione di euro per disfarsene in maniera sicura. E naturalmente decide di rica­ricare i rifiuti a bordo della nave Probo Koala e di trovare un altro luogo per smaltirli.
La nave prende il largo diretta alle coste dell'Africa, ma molti altri siti negano l'autoriz­zazione a scaricare il catrame solforoso. Ap­proda dopo circa venti giorni di navigazione ad Abidjan, sulla Costa d'Avorio, uno dei più grandi porti marittimi dell'Africa occidentale. Nella notte del 19 agosto il carico di cinque­cento tonnellate di rifiuti, un misto di residui oleosi, soda e altre sostanze che avrebbero do­vuto essere trattate in maniera particolare, viene preso in consegna dalla Compagnie Tommy, nata solo pochi giorni prima, incari­cata di sversarlo, senza autorizzazione, in di­ciotto siti della capitale, tra cui la laguna di Abidjan.

«Erano puzzolenti, non pericolose»
Nei giorni successivi migliaia di persone fi­niscono in ospedale: ne muoiono diciassette, 30 mila rimangono ferite, mentre 100 mila sa­ranno intossicate.
La portata del crimine e dei suoi effetti emer­geranno lentamente. Lo scarico dei rifiuti, in­fatti, continua per tre settimane. Gli unici a esserne consapevoli già dalla prima notte sono i residenti nei pressi della discarica di Ako­uedo: sanno bene cosa stanno scaricando i ca­mion. Incominciano dunque a lamentarsi pubblicamente dell'odore fortissimo di gas già agli inizi di settembre. Subito scoppiano le proteste, sia nei confronti di Trafigura, che del governo ivoriano. A seguito di questa crisi molte autorità del governo sono costrette a di­mettersi. Nel tentativo di evitare la contamina­zione della catena alimentare, un elevato numero di animali intossicati è abbattuto. Un danno enorme e senza precedenti nella storia della Costa d'Avorio. Trafigura, nel frattempo, cerca di allontanare le proprie responsabilità, sostenendo che il popolo di Abidjan, special­mente gli abitanti nei pressi delle discariche, è morto o è rimasto intossicato perché da sempre esposto a sostanze tossiche, non certo per le azioni di scarico di quella notte.
La tesi dell'accusa, invece, è che la Probo Koala sia giunta ad Abidjan per liberarsi di un carico scomodo, con la connivenza delle auto­rità portuali e senza rispettare i limiti della Convenzione di Basilea del 1992, che regola il trasporto dei rifiuti ad alto rischio. Oltretutto pare che il porto di Abidjan non avesse la ca­pacità di trattare rifiuti tossici di quel tipo.
La Trafigura ha sempre negato qualsiasi responsabilità, sostenendo di non essere a conoscenza del luogo dove i rifiuti sarebbero finiti'.
Il New York Times scrive il 3 ottobre 2006 che lo scarico dei rifiuti da parte della Compagnie Tommy era illegale. Il 13 febbraio 2007 Trafi­gura paga 152 milioni di euro per far rila­sciare i suoi dipendenti, incarcerati per il danno provocato. Il pagamento, inoltre, eso­nera la società da ulteriori procedimenti giu­diziari in Costa d'Avorio. Il Guardian scrisse in seguito che «il rapporto ufficiale dell'au­topsia effettuata su dodici delle persone dece­dute mostrava livelli alti di solfuro di idrogeno, che sarebbero stati fatali». Nel maggio 2007 il quotidiano olandese Volkskrant riferì che l'addetto stampa della Trafigura aveva tentato di modificare gli articoli sulla nave Probo Koala, pubblicati sul sito olandese di Wikipedia, con l'intento di cancellare il nome della società.
Nel maggio 2009, poi, il Guardian dichiara di aver ottenuto la prova definitiva dello sca­rico dei rifiuti tossici in Costa d'Avorio ". Anche il programma Bbc Newsnight asserisce che lo scarico di rifiuti aveva portato a morti e gravi conseguenze. Ma Trafigura continua a negare, denunciando il programma per dif­famazione.
Quando Newsnight investigò per la prima volta sullo scandalo dei rifiuti tossici nel 2007, uno dei fondatori della Trafigura, Eric de Tur­kheim, disse: «Queste sostanze non erano pe­ricolose per la salute umana. Erano puzzolenti, ma non pericolose». Affermazioni incredibili, alla luce di quanto avvenuto: secondo il tossi­cologo John Hoskins della Royal Society of Chemistry infatti, un carico simile di rifiuti tos­sici sarebbe stato in grado di mettere in ginoc­chio un'intera città.

Il Minton report
La posizione della Trafigura si fa sempre più difficile. L'll settembre del 2009 Carter-Ruck, legale della multinazionale specializzato in diffamazione, si presenta in tribunale per ottenere un'ingiunzione d'emergenza, affinché il Guar­dian non pubblichi il Minton report. Questo rap­porto, commissionato nel 2006 dai consulenti scientifici della Trafigura, affermava che, sulla base delle poche informazioni disponibili, i ri­fiuti scaricati nella città di Abidjan sarebbero stati potenzialmente tossici e in grado di cau­sare gravi effetti sulla salute umana. Emergeva dunque la coerenza dei drammatici problemi medici tra gli abitanti di Abidjan con il rilascio della nube di acido solfidrico. Gli effetti avreb­bero potuto includere gravi ustioni esterne sulla pelle, ustioni interne ai polmoni, danni agli occhi e ulcerazioni permanenti. Persino il coma o la morte. Inoltre la Probo Koala tra­sportava un carico di nafta, successivamente "addolcita" a bordo della stessa nave per ri­durre il suo contenuto di zolfo, producendo un miscelato d'olio che sarebbe stato poi utilizzato per produrre benzina. L'autore del rapporto, John Minton, affermò che lo scarico di rifiuti sarebbe stato illegale in Europa e che il metodo corretto di smaltimento sarebbe dovuto essere un trattamento chimico specifico, chiamato os­sidazione dell'aria umida.
Il tentativo dello studio Carter-Ruck" sem­brerebbe, di conseguenza, finalizzato a soppri­mere, nell'ambito di un'azione di diffamazione nei confronti del Guardian, qualsiasi informa­zione contenuta nel Minton report. L'ingiun­zione rimane a lungo segreta e i legali della Trafigura riescono a impedire che il Minton re­port venga pubblicato, mettendo il bavaglio all'autorevole quotidiano inglese ".
Ci pensò Wikileaks a sbloccare l'empasse. Il 14 settembre 2009 il rapporto fu messo online. Emergeva che 108 mila persone erano state co-strette a cercare assistenza medica in Costa d'Avorio a causa degli effetti dei rifiuti tossici. La notizia verrà ripresa dall'Independent il 17 settembre e da Bbc News, ma entrambi la rimossero dai propri siti molto rapidamente, forse per effetto delle pressioni operate dagli avvocati di Trafigura. Ma internet non segue le re-gole e i vincoli dei media classici, così numerosi blogger, indignati per questa totale censura, caricano i video su YouTube. A completamento del quadro, Wikileaks pubblicherà la difesa della Bbc contro l'effettiva querela per diffamazione avanzata dai legali della Trafigura.
La notizia non è più segreta, dunque, e Trafigura sviluppa un'altra strategia per non affrontare le proprie responsabilità, affermando che il rapporto era stato tenuto nascosto solo perché preliminare e impreciso. Il 20 settembre 2009, dopo un rapporto delle Nazioni Unite che ulteriormente confermava la relazione tra lo scarico dei rifiuti e le intossicazioni degli abitanti di Abidjan, Trafigura annunciò di voler pagare un ulteriore pacchetto di compensa-zione, oltre ai 152 milioni già pagati nel 2007: 46 milioni di dollari, 1546 dollari a testa per le 31 mila persone colpite.
Secondo l'accusa anche la municipalità di Amsterdam e le autorità portuali furono responsabili per il ripompaggio delle sostanze nell'imbarcazione, che successivamente fece rotta verso Lagos, in Nigeria, per approdare con il suo carico letale ad Abidjan. Una commissione del governo ivoriano ha stabilito che Trafigura era a conoscenza della mancanza di impianti per l'immagazzinamento dei rifiuti in Costa d'Avorio, ma decise comunque consapevolmente di farli scaricare. La commissione ha inoltre sostenuto che la Compagnie Tommy sarebbe stata una società di facciata, creata appositamente per gestire i rifiuti, e sarebbe stata istituita nel periodo compreso tra la decisione di Trafigura di non pagare il costoso smalti-mento dei rifiuti ad Amsterdam e l'arrivo della nave ad Abidjan. Sempre secondo il rapporto della commissione, la responsabilità della tragedia è condivisa dal porto di Abidjan, dai funzionari doganali, dai ministeri dei Trasporti e dell'Ambiente e dalle autorità locali. Sembre­rebbe che la corruzione abbia contribuito non poco a favorire questi scarichi illegali.
Quello della Trafigura è stato sicuramente il disastro ambientale più grave nella storia della Costa d'Avorio. Sotto processo ci sono i re­sponsabili delle autorità portuali ivoriane, che diedero il via libera allo scarico del materiale, e i vertici della Compagnie Tommy, la società responsabile del loro effettivo trasbordo. Ma la grande indiziata, la compagnia olandese Tra-figura, cui apparteneva il carico, se la cava grazie al precedente accordo siglato con il go­verno ivoriano: i 152 milioni di euro l'hanno messa al riparo da qualsiasi altra conseguenza giudiziaria .
Eppure il 23 luglio 2010 il Tribunale di Am­sterdam ha condannato la multinazionale al pagamento di una multa di un milione di euro; un dipendente della Trafigura, Naeem Ahmed, coinvolto nelle operazioni della nave ad Am­sterdam, è stato multato con 25 mila euro; Ser­giy Chertov, il capitano della Probo Koala, è stato condannato a cinque anni di reclusione, con sospensione. Una magra consolazione per i familiari delle vittime e per le migliaia di in­tossicati. E se Wikileaks non avesse pubblicato il Minton report?

da WIKILEAKS. IL LIBRO DEI FATTI CHE NON DOVEVATE SAPERE, di Ludovica Amici, Editori Riuniti, 2010

venerdì 24 dicembre 2010

JULIAN ASSANGE: “NEGLI USA SAREI UCCISO COME OSWALD”


Proteste pro Assange

Se finisse in un carcere americano, Il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange afferma di avere "grandi possibilità" di venire ucciso "nello stile-Jack Ruby", l'uomo che uccise Oswald, il presunto assassino di John F. Kennedy a Dallas. Ruby, legato agli ambienti mafiosi statunitensi - anche se non ci sono prove certe della sua affiliazione a questa o quella famiglia - uccise Oswald 48 ore dopo la morte di Jfk, mentre il giovane ex Marine veniva trasferito dal commissariato di polizia al carcere.
Condannato in prima istanza alla pena di morte, Ruby morì al Parkland Hospital nel 1967 (lo stesso in cui venne decretata la morte degli stessi Kennedy e Oswald) per un tumore che gli era stato diagnosticato un anno prima. In diverse occasione, Ruby tuttavia parlò di un complotto per "farlo tacere" ed insinuò che la malattia gli era stata 'inoculata'.
Comunque, sottolinea Assange, "sarebbe politicamente impossibile" per la Gran Bretagna estradarlo negli Stati Uniti, e Londra ha "il diritto di non estradare per crimini politici". "Lo spionaggio è un classico caso di crimine politico, è a discrezione del governo britannico se applicare questa eccezione o no", ha detto l'australiano al Guardian. Il fondatore di Wikilekas però assicura: "C'è un nuovo governo, che vuole dimostrare di non essere già stato cooptato dagli Stati Uniti", argomentando che David Cameron e Nick Clegg sono in una posizione più forte per resistere a una richiesta di estradizione da parte di Washington.

NEL RIFUGIO DI ASSANGE...

Una settimana nella campagna inglese ha fatto bene a Julian Assange. Quando scende dalla macchina che, come ogni giorno, lo accompagna a firmare il registro dei detenuti nel commissariato di Beccles, nel cuore del Suffolk, dove tutto è lento e tranquillo e le giornate sanno di pudding natalizio e tradizione, il fondatore di WikiLeaks è rilassato e tranquillo. Piumino verde oliva, maglione bianco e jeans, si muove con disinvoltura, nonostante il braccialetto elettronico alla caviglia.
«Buona sera. Grazie per avermi aspettato qui sotto la neve. È stata coraggiosa», sorride stringendo la mano. Poi si incammina veloce verso l´ingresso: mancano 20 minuti alle cinque, orario di chiusura della stazione di polizia, e se non si presenterà ai poliziotti entro quell´ora sarà costretto a rinunciare alla campagna e a tornare in prigione, dove ha già passato nove giorni, accusato di stupro da due donne svedesi.
La nuova vita dell´uomo che da settimane catalizza l´attenzione dell´opinione pubblica mondiale si svolge in questo angolo innevato dell´Inghilterra, famoso per la caccia e la pesca. Il Suffolk ha dato ospitalità ad Assange suo malgrado, solo perché il reporter Vaughan Smith ha messo a disposizione per gli arresti domiciliari la grande casa di campagna che ha da queste parti: ma dopo i primi giorni di caos ha chiuso su di lui una cortina di indifferenza.
Qui la vita ha il ritmo lento delle zone di campagna e ad occupare le prime pagine dei giornali non ci sono le rivelazioni di WikiLeaks ma le fiere natalizie: l´unica trasgressione possibile dopo le cinque, quando tutto chiude, è una bevuta al pub. Un grosso cambiamento per un uomo che negli ultimi tre anni non ha avuto residenza fissa, muovendosi da una parte all´altra con uno zaino e un manipolo di fedelissimi e ha tenendo in scacco i servizi segreti di mezzo mondo.
Fuori dal commissariato passano pochi minuti prima che Assange ricompaia. «Il tempo di una firma e di una chiacchierata, è una persona gentile e tranquilla», racconterà dopo il poliziotto. Incollato al telefonino e atteso con impazienza da una giovane assistente che sfida la neve in minigonna e ballerine, l´australiano si concede solo per qualche battuta: «Sto bene, grazie. Lavoro. Ma mi riposo, anche. Buon Natale, davvero». Poi via, nella macchina scura dove la ragazza ha già acceso il motore. Lo attendono 20 minuti di auto fino a Ellingham House, la villa dove trascorre quelli che chiama «i miei arresti domiciliari ad alta tecnologia». 

È dall´interno di questa grande tenuta, che fino a pochi giorni fa si poteva affittare via Internet per matrimoni e battute di caccia ma ora è scomparsa dalla Rete, che il fondatore di WikiLeaks combatte la sua ultima battaglia. Chi la frequenta racconta delle sue lunghe passeggiate ma anche di riunioni infinite che vanno avanti anche ora che alcuni dei più stretti collaboratori sono partiti per Natale. «Abbiamo pubblicato soltanto una piccola parte del materiale che abbiamo. Andremo avanti. Non abbiamo altra scelta: pubblicare o morire», racconta a Paris Match intorno al camino.
E poi: «Sono diventato un obiettivo perché certe organizzazioni potenti non possono perdere la faccia». Pochi sono i visitatori ammessi dentro la villa. Chi non è espressamente invitato non è ben visto: «È una nota zona di caccia. C´è gente che spara. Non vorremmo che prendessero un curioso per un uccello da abbattere», dice ironico uno dei collaboratori.
Avvertimento inutile: i grandi cancelli che delimitano la proprietà sono lontani dalla strada più di un chilometro. Un lago ghiacciato ed ettari di terreno li separano a loro volta dalla villa: impossibile arrivare senza essere notati. Forse per questo, come spiega il funzionario di polizia di Beccles «non c´è bisogno di protezione. Non abbiamo aumentato i turni, né richiamato gli agenti dalle ferie. Per noi va tutto bene».
Nonostante le sempre più numerose minacce di morte che Assange dice di continuare a ricevere, la maggiore occupazione della polizia qui sono le multe agli automobilisti in doppia fila. Probabilmente è la prima volta che i poliziotti hanno a che fare con un detenuto con il braccialetto elettronico. Di certo mai si erano trovati di fronte a qualcuno che usa il Suffolk per lanciare messaggi planetari: «Abbiamo scoperto in queste settimane che il sistema americano si avvicina a quello sovietico: che Visa, Mastercard, Paypal e Bank of America sono strumenti di controllo al servizio della Casa Bianca», ha detto ieri Assange.
Di fronte a queste parole a Beccles e nella vicina Bungay la gente reagisce con indifferenza: «Ho capito che stava succedendo qualcosa quando ho visto la tv», dice Sylvia, abitante di Beccles. Il suo è un punto di vista condiviso: per la maggior parte della gente qui, Assange è praticamente uno sconosciuto. Delle sue battaglie non sono arrivati che echi lontani. Nulla a parte un cartello nella neve che chiede libertà per Bradley Manning, il soldato Usa accusato di essere la fonte delle rivelazioni del sito, segnala la sua presenza. Una realtà quasi paradossale per l´uomo che più di ogni altro fa parlare di sé il mondo da settimane.
«Ho visto la polizia e gli elicotteri quando è arrivato, ma lui no. Neanche sapevo chi fosse. Noi amiamo la tranquillità, questo caos non ci piace», racconta Rob, falegname, la cui segheria è a pochi metri dalla villa. «Un po´ di animazione è divertente. Ho venduto qualche paio di guanti ai giornalisti infreddoliti - sorride la signora Julie Bright, titolare di "Crossway", il negozio di articoli di caccia e cibo di animali che sta di fronte alla casa - ma ora sono andati via. E nessuno di noi andrebbe a guardare oltre ai muri per vedere cosa fa quell´uomo. Non ci interessa».
Oltre i muri «quell´uomo» si prepara a combattere un´altra puntata della battaglia per evitare l´estradizione in Svezia e, in ultima istanza, negli Stati Uniti dove, dice «temo sempre di più di finire». Al Guardian dice che se ci fosse abbastanza pressione dall´opinione pubblica sarebbe «politicamente impossibile» per la Gran Bretagna estradarlo negli Stati Uniti. «Lì - ha aggiunto - ci sarebbe una grossa possibilità che io finisca ucciso, come ha fatto Jack Ruby»: il riferimento è all´uomo che uccise Lee Harvey Oswald, accusato di aver a sua volta assassinato il presidente Kennedy.
Al Times ha raccontato delle due condizioni di detenzione: «Ho potuto chiamare solo quattro persone, oltre ai miei avvocati». Ma anche della solidarietà di una guardia carceraria «Mi ha dato un biglietto. C´era scritto: in questo mondo ho solo due eroi: te e Martin Luther King».
Rob e Julie, se uno glielo riferisce, scuotono la testa, come la maggior parte degli abitanti di Beccles interrogati per questo articolo: «Gli auguriamo un Buon Natale: si goda il pudding, gli amici e la famiglia. La fama viene e va». Quella di Assange in questo angolo di Inghilterra è già svanita: ma nel resto del mondo, c´è da giurarci, durerà ancora.

di Francesca Caferri per "la Repubblica"

giovedì 23 dicembre 2010

ASSANGEMANIA

L’ideatore della statuina è il maestro Gennaro Di Virgilio, 29 anni.
Dopo l'oroscopo, dopo le istruzioni (fasulle) per contattare Anna Ardin e Sofia Wilén, le due donne che accusano Julian Assange di stupro, non poteva mancare una breve carrellata delle evocazioni, apparizioni e citazioni del fondatore di Wikileaks in giro per il mondo.


L’altro giorno ho visto sfrecciare un “matatu” molto particolare sulla Kenyatta Avenue di Nairobi, lo avevano verniciato sul portellone posteriore con la scritta“Assange FOR PRESIDENT ”. Per chi non lo sapesse il matatu è il mezzo di trasporto più popolare in Kenya.

A Napoli, in Via S. Gregorio Armeno, c’è il “Magio Assange” che in compagnia dei più famosi Gaspar, Melechior e Bathesal, reca un laptop in dono a Gesù Bambino.

Nella medina di Rabat troverete il chiosco Julian Assange ed i Quaranta Ladroni.

Una coppia di gemelli nati a Pátzcuaro, nello stato del Michoacán in Messico, sono stati battezzati con i nomi Julian e Assange.

In Nigeria c’è un internet point chiamato Wikileaks.

Infine un turista spagnolo afferma di aver visto Julian Assange il 7 dicembre scorso, il giorno dell’arresto avvenuto a Londra, mentre percorreva il deserto del Niger a dorso di cammello insieme ai Tuareg.

Restando in tema vi offro la ricetta per un cocktail natalizio inventato da me e dedicato a Julian Assange. Naturalmente si chiama “Assange Blood Cocktail”.

2 cl di acquavite
2cl di Tia Maria al caffè
1 cl di succo di melograno
Sprite
Cubetti di ghiaccio

Versate sopra i cubetti di ghiaccio l’acquavite, la Tia Maria, aggiungete il succo di melograno, in ultimo la Sprite fino riempire il bicchiere.

di Luigia Spadano





























mercoledì 22 dicembre 2010

ASSANGEMANIA


Sofia Wilén


Anna Ardin

Ho provato a contattare Anna Ardin e Sofia Wilén le due donne che hanno accusato Julian ASSANGE di stupro. I numeri telefonici li ho presi su un blog che si è "vantato" di averli resi pubblici nei giorni scorsi. Il sito che ha fatto il presunto scoop si chiama "IN MALA FEDE" (sottotitolo: Il blog che grida amore fino al cuore del mondo).

Al numero che avrebbe dovuto essere quello della Ardin mi ha risposto una voce maschile, il tipo mi ha giurato di non conoscere "quella str...., figlia di put.... di Anna Ardin".

L’altro numero quello che avrebbe dovuto essere della Wilén appartiene in realtà ad un locale notturno per sole donne, la proprietaria una certa Llona, mi ha risposto che poteva ingaggiarmi come spogliarellista e che avrei potuto portare con me anche Sofia Wilén. Vatti a fidare dei blog.

Di seguito il post un tantino demenziale con il quiale un tal Ferdinand Bardamu spiega i motivi che lo hanno spinto a svelare le coordinate telefoniche e l'indirizzo delle due ragazze di cui si parla di più in questi giorni sulla rete. Ho verificato solo i numeri di telefono riportati, non gli indirizzi. Per rispetto alla privacy li ho resi irriconoscibili.

Buona lettura!


di Luigia Spadano

Contatti ed indirizzi di Anna Ardin e Sofia Wilen

Inviato da Ferdinand Bardamu

Quello che stò per fare non mi fa sentire a disagio nemmeno un po', forse molti lo troveranno insopportabile e disdicevole.
Spero che per molti di voi sarà cosi.
I questi giorni ho ricevuto indirizzi e numeri di telefono delle “bugiarde che hanno accusato Julian Assange di stupro”.
Nelle ultime 48 ore, dopo le mie pubblicazioni su Assange, il traffico del blog è aumentato a dismisura, tutti in cerca di informazioni e immagini su Anna Ardin e Sofia Wilen , i miei post sono stati letti e copiati in tutto il mondo e dai siti più vari: Indymedia e Democratic Underground, Pajamas Media, Stormfront e molti altri.
In poche parole, se in TANTI avete diffuso le vostre informazioni lanciate dal mio blog , và da sé che queste una volta pubblicate rimangono e non si può tornare indietro per cancellarle...
Quando tempo fa, durante un forum su IN MALA FEDE, una blogger era stata umiliata da un’altro blogger, un uomo, più forte di lei, in seguito qualcuno mi aveva criticato per non essermi comportato da gentiluomo; avevo bloccato l’accesso alla blogger impedendole così di replicare agli attacchi pesanti che stava subendo pubblicamente .
Qualcuno mi ha fatto giustamente notare che se avessimo invertito i ruoli la ragazza in questione avrebbe fatto la stessa cosa e non avrebbe, in ogni caso, mostrato nessuna pietà. Allora perché mai dovrei provare sensi di colpa per ciò che le ho fatto?
Comunque anche se tutti noi vorremmo vedere puniti quelli che dichiarano false accuse di stupro, quello che mi accingo a fare credo superi il buonsenso .Riporto queste cose che mi metteno a disagio, chiamatelo pure un gesto di cavalleria oppure una crisi di coscienza, ma non posso evitare di farlo senza sentirsi in colpa.
Tuttavia, alla luce di tutte le speculazioni che sono state fatte su questa storia, dovrei solo smettere di continuare a preoccuparmi se farlo o non farlo. Il mio parere è che questa situazione sta rovinando la vita di un uomo, e non certo per qualcosa di stupido e meschino, ma per stronzate senza senso. Queste due donne sono "accessori del diavolo", si tratta di un male che può finire lontano e che continua almeno che qualcuno non interverrà per farlo smettere.
Di sicuro sono due persone malefiche che hanno cercato di distruggere la vita di un uomo sfruttando i sentimenti.
Mi sento diviso in due, c’è una parte di me che non approva la diffusione di queste informazioni, un'altra invece,si sentirebbe in colpa in colpa se io non avessi fatto tutto il possibile per impedire il diffondersi del male. Insomma, sensi di colpa o no, sto pubblicando le informazioni.Eccole.

Svea Anna Karolina Ardin
Indirizzo
Alstrxxxxxxn 32
112 47 STOCCOLMA
E / O
Tjxxxxxxxxan 36 4TR
118 56 Stockholm
Mobile: (+46) 73-3.907.017 E / O 0.854.555,332 mila
Personnummer: 1979-03-19-3204

Sofia Wilen
Indirizzo
Toxxxxxn 45
745 30 Enköping
E / O
Txxxxxn 45
443 30 NEKØP
Mobile: (+46) 76-7.161.609 E / O (46) 77-7.263.679
Data di nascita: 17 Sep O 10 AGOSTO

Amici miei, vi raccomando utilizzate queste informazioni con cautela. Grazie per tutto il sostegno ricevuto.

AGGIORNAMENTO I: Ho postato un numero di cellulare aggiornato per Anna Ardin. qui. Sotto invece trovate una parte del commento che ho rilasciato sul blog di Alte e che spiega i motivi della pubblicazione sui contatti di Ardin e Wilén :

“Quando Assange è stato arrestato diverse persone hanno iniziato a inviami via email informazioni su Ardin e Wilén ho riflettuto molto su cosa sarebbe potuto accadere se le avessi pubblicate . Non mi interessa e non credo nella giustizia "fai da te" e neanche ci terrei a vedere una delle due violentata o uccisa. Mi rendo conto che se una di queste cose dovesse accadere, mi sentirei anche io responsabile in parte.Con ciò non voglio cercare di eludere la mia responsabilità.Con la diffusione dei loro indirizzi e numeri di telefono non intendo incoraggiare nessuna forma di giustizia popolare, vorrei solo trasmettere un avvertimento importante a donne come Ardin e Wilén – se accusi ingiustamente qualcuno di stupro fai attenzione potresti rischiare di essere violentate sul serio, il tuo anonimato sarà compromesso, la tua vita sarà messa a nudo davanti agli occhi di tutti, la tua persona sarà distrutta. Nessuna legge o etica giornalistica sarà in grado di proteggerti. Soffrirai anche tu come ha sofferto l'uomo il cui nome hai trascinato nel fango solo per vendicarti.Voglio mostrare loro che questo tipo di scelte si pagano.Esporre pubblicamente coloro che s’inventano falsi stupri equivale a darli in pasto ai leoni. Quando tutti i dati e contatti personali saranno diffusi sul web beffardo, altri ci penseranno due volte prima di accusare uomini di crimini atroci solo per egoismo e futili motivi".

Miei cari lettori continuate a diffondere la verità ovunque e ogni volta che potete.
AGGIORNAMENTO II: ho postato un indirizzo aggiornato per Anna Ardin. Grazie per la dritta caro lettore!
AGGIORNAMENTO III : Aggiungo l’ indirizzo aggiornato e numero di cellulare per la Wilén , così come il personnummer di Ardin (numero di identificazione personale).