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| Nada Cella |
Il 6 maggio 1996 poco dopo le 9.00, Nada Cella, impiegata venticinquenne di Chiavari, viene trovata in fin di vita, nell’ufficio di via Marsala dove lavorava da quasi 5 anni, dal suo datore di lavoro, il commercialista Marco Soracco. Il ricovero d’urgenza presso il reparto di rianimazione dell’ospedale San Martino è inutile: la ragazza muore dopo sei ore. Il medico legale si rende conto che le ferite alla testa non sono state causate da un incidente, come inizialmente sembrava, ma da un’aggressione. Scattano le indagini, ma la strada è in salita perché vengono commessi errori madornali. Nessuno si preoccupa di congelare la scena del crimine che viene stravolta. Prima i barellieri che soccorrono la ragazza agonizzante, poi i primi inquirenti arrivati nell'ufficio di via Marsala, che concedono ai familiari di Soracco il permesso di pulire le macchie di sangue nella stanza della segretaria, e di tirare a lucido i marmi del corridoio e delle scale, cancellando con la candeggina qualsiasi traccia eventualmente lasciata dall'assassino.
Nada quel giorno era giunta in ufficio molto prima delle 9.00, il suo orario abituale. La mattina si era offerta di accompagnare in macchina la madre al lavoro, perché era in ritardo, poi era tornata a casa, aveva preso la sua bicicletta rossa e, poco prima delle 8.00, si era recata a via Marsala. Da quel momento, oltre all’assassino, nessuno può dire con certezza cosa sia accaduto. Nessuno la vede entrare, nessuno dice di aver udito tra le 8 e le 8,30, ora in cui presumibilmente è stata uccisa, rumori o grida. L’assassino è entrato nell’ufficio, forse ha suonato ed è stato fatto entrare, forse aveva le chiavi. In ogni caso, per qualche oscura ragione, ha infierito sulla ragazza colpendola alla testa con un oggetto contundente che non sarà mai ritrovato.
Le indagini si si orientano subito in due direzioni: l'ambiente e il passato della vittima da una parte, e il datore di lavoro di Nada, Marco Soracco. Nada viene descritta, da chi la conosceva, come una ragazza per bene, molto tranquilla, riservata. La prima stranezza riguarda l’ultimo week-end della ragazza. Solitamente la giovane era solita trascorrerlo con la famiglia fuori Chiavari, ad Alpepiana di Rezzoaglio. Quel fine settimana però Nada aveva deciso di rimanere a Chiavari. Sabato 4 maggio aveva sbrigato in mattinata alcune commissioni, poi si era vista con la mamma ed aveva riferito alla cugina di essere passata in un'agenzia di viaggi. La seconda stranezza sta nel fatto che non si trova alcuna conferma di un passaggio della ragazza in una delle agenzie della zona. Ma non è finita. La signora Soracco sostiene di averla incontrata nello studio commercialista del figlio. Nada le avrebbe riferito di essere dovuta passare in ufficio per fare delle telefonate urgenti e sbrigare un lavoro al computer. In 5 anni non era mai accaduto che la ragazza svolgesse del lavoro durante il week-end.
Marco Soracco, trentaquattro anni, laureato in economia e commercio, riservato, scapolo e “molto cattolico”, vive insieme alla madre e alla zia nel piano superiore a quello dell’ufficio. Il padre, ex direttore del dazio e poi dell’ufficio anagrafico del Comune di Chiavari, è morto da un paio d’anni. Lo studio che ha aperto è molto ben avviato. Il 7 maggio viene sottoposto ad un interrogatorio di quattordici ore. È l’inizio di un percorso tormentato e difficile che si concluderà solo un anno dopo. Si sospetta che il movente possa essere passionale e il timido commercialista, un po’ impacciato, sembra il candidato più probabile al ruolo di colpevole. L’8 maggio viene perquisita la sua casa di campagna, a Mezzanego con l’intento di trovare l’arma del delitto. Il 12 maggio, Soracco viene iscritto nel registro degli indagati. Nel frattempo vengono verificate le posizioni della madre e della zia, anche perché è stata proprio la signora Soracco a pulire le macchie di sangue sulle scale. Il commercialista spiega al pubblico ministero di non sapere perché Nada sia tornata in ufficio quel sabato. A suo dire non c’era alcuna urgenza di fare telefonate, o di compiere operazioni al computer. La signora Soracco sostiene che Nada, sempre quel sabato, sarebbe uscita dopo aver messo un floppy disk nella sua borsa, appena estratto dal computer. Gli inquirenti non riescono a stabilire di quale dischetto si trattasse, e cosa contenesse.
Il 30 settembre l’attenzione dei media si riaccende. Una vicina di casa di Soracco, una ragazza psicolabile sospettata di aver visto qualcosa, finisce sul registro degli indagati. Qualche giorno dopo altra donna che sembrerebbe aver avuto mire matrimoniali su Soracco viene iscritta a registro. Entrambe le piste si perderanno nel nulla anche per i contrasti tra il magistrato Filippo Gebbia e gli uomini della squadra mobile di Genova convinti che in quel vecchio edificio dai muri di cartapesta, ci sia qualcuno che ha ascoltato. Il pm nega loro il permesso di intercettare le conversazioni dei condomini. Altre situazioni paradossali. Prelievi di Dna non concessi per cavilli, ripicche tra magistrati e investigatori. Alla fine nell’inchiesta non si riesce a trovare neppure un'ipotesi di movente.
Nell’aprile del 1997, dopo un anno di indagini, la sorella di Nada, scrisse all’allora ministro di Grazia e Giustizia Giovanni Maria Flick, come si legge negli archivi del Corriere:
La famiglia di Nadia Cella, lancia l’ ennesimo appello (…). A un anno circa dalla morte della ragazza ancora non si conosce il nome dell’ assassino. La sorella della donna, Daniela Cella, e’ decisa: “Denuncio l’ inefficienza della magistratura di Chiavari e delle forze di polizia, la mia famiglia e’ distrutta, mia madre non fa che parlare di Nadia e ha deciso di incatenarsi davanti al tribunale. E’ una vergogna, mi chiedo perche’ queste indagini si sono arenate. Abbiamo assunto degli investigatori privati perche’ vogliamo la verita’ , tutta la verita’ , il delitto di mia sorella non puo’ restare impunito. Ci sono un sacco di perche’ senza risposta, noi vogliamo sapere chi ha massacrato Nadia”. Un delitto per ora senza risposta, ma la famiglia Cella non si perde d’ animo. Aggiunge Daniela Cella: “Ci sentiamo presi in giro, ho scritto al ministro Flick, che venga a Chiavari a vedere come non funziona la Giustizia”.Il 18 luglio 1997 la posizione di Marco Soracco viene archiviata. Dopo la sua uscita di scena le indagini non riescono a far emergere altre piste significative. Viene interrogato il proprietario di un’auto di colore scuro, vista più volte sotto l’ufficio di Nada. Si tratta di un ragazzo che intratteneva con la vittima un rapporto burrascoso, caratterizzato da frequenti liti per motivi banali. Un altro “candidato” naturale al ruolo di colpevole. Per sua fortuna ha un alibi inattaccabile.
Il 10 settembre 1998 i genitori di Nada, rivolgono un appello al Papa in visita a Chiavari. Sono convinti che ci siano stati depistaggi e silenzi intorno all’omicidio della figlia, finalizzati a proteggere qualche segreto nascosto nel piccolo mondo di provincia della cittadina di levante. Il 27 luglio 1999 Bruno Cella, padre di Nada, muore di infarto di ritorno dal cimitero dove è sepolta la figlia. Il corpo viene rinvenuto tre giorni dopo.
Nel novembre dello stesso anno le indagini si avventurano sulla pista di Sergio Truglio, l’assassino di una prostituta. Si scopre che Truglio conosceva Nada. Ma è un altro buco nell’acqua.
Quando nel 2001 i cronisti arrivano in città per le vicende della contessa Agusta, la gente chiede soltanto: “Ma di quella Nada Cella non si sa più niente? Non fanno più niente?”. Nel 2002 arriva a Chiavari il procuratore Carli. Poco dopo il suo insediamento lo va a trovare una donna minuta. È la madre di Nada. Gli chiede di riaprire l' inchiesta, vuole sapere perché sua figlia è stata uccisa. Carli mette al lavoro in gran segreto un gruppo di poliziotti. Si spulciano i diari di Nada Cella. Nel 1996 nessuno si prese la briga di leggerli fino in fondo. Si tratta di agende “Smemorande” che coprono tre anni, dal 1994 al giorno della morte. Emerge il profilo di una ragazza con poche amicizie, molto timida e chiusa. Dai diari qualcosa emerge. La ragazza era diventata nervosa, scontrosa, quasi custodisse un segreto o sopportasse un peso.
“La svolta nelle indagini – si legge in un articolo de Il Secolo XIX firmato da Simone Schiaffino – nel delitto di via Marsala sembra arrivare nel 2004. Quando la polizia del commissariato chiavarese inizia ad indagare su alcuni vicini di casa di Nada Cella. Si tratta di un gruppo di stranieri di origine albanese, già coinvolti nell’inchiesta sulla mafia del Kanun, che avrebbe condotto sui marciapiedi del Tigullio ragazze dell’Est per avviarle alla prostituzione, costringendole con torture e minacce. La pista si rivela però infondata, e il nome dell’assassino della segretaria chiavarese rimane un enigma”.
Infine l’ultimo sussulto proprio in questi giorni.
“Il sostituto procuratore di Chiavari, Francesco Brancaccio – si legge ancora ne Il Secolo XIX – ha chiesto alla squadra mobile genovese, che a suo tempo si occupò dell’inchiesta, alcuni atti dell’indagine del ’96. Ci sono nuovi elementi? Magari un testimone che non si era ancora fatto avanti? No. C’è però la possibilità che i medesimi indizi repertati 15 anni fa possano, alla luce delle moderne tecnologie investigative, dire qualcosa di nuovo. Ogni anno le procure della Repubblica riprendono in mano i casi irrisolti. E decidono su quali è opportuno tornare a lavorare. Per gli inquirenti chiavaresi il caso Cella è uno di quelli. Esiste, nella cronaca nera del Levante, un altro omicidio irrisolto, che risale al 1987. Quello di Gabriella Bisi, un architetto milanese di 35 anni che venne strangolata in un bosco e poi gettata in una discarica vicino alla via Aurelia, a Chiavari. Anche questo delitto non è stato mai risolto, ed è possibile - secondo la procura chiavarese - che anche il caso Bisi venga riaperto, un giorno. Quel che è certo è che la richiesta di rispolverare gli atti, al momento, si riferisce solo all’omicidio di Nada Cella".
L’omicidio di Nada Cella resta tuttora un delitto insoluto.
di Igor Patruno
Carlo Lucarelli racconta le analogie tra il delitto di Nada Cella e quello di Simonetta Cesaroni

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