lunedì 30 gennaio 2012

VIA POMA: LA STANZA SBAGLIATA


Via Poma, terzo piano, interno 7. C’è un appartamento maledetto dove è stata ammazzata una bella ragazza. C’è un telefono macchiato di sangue e c’è una stanza con una scrivania e un computer.

Sono passati quasi 22 anni, c’è stato un processo, c’è stata una condanna, eppure qualcosa non torna! Anzi più di qualcosa! Quel telefono, ad esempio! Tutti sembrano essere convinti che fosse posizionato nella stanza con la scrivania e il computer. Ma non è così!

Molto probabilmente il telefono macchiato con il sangue di Simonetta Cesaroni, forse commisto a quello del suo assassino era in una stanza diversa. Se davvero così fosse, come vedremo più avanti, cambierebbe di molto il punto di vista sui fatti inerenti il delitto.

Ora però facciamo un passo indietro. È il 24/02/2010, si sta svolgendo il processo per l’omicidio di via Poma e sul banco dei testimoni siede l’ispettore Ciro Solimene. A lui il pubblico ministero Ilaria Calò ha chiesto di descrivere lo stato dei luoghi al momento del sopralluogo la notte del 7 agosto 1990. Come da copione si inizia con la stanza dove venne rinvenuto il corpo di Simonetta. Poi Ilaria Calò chiede:

"PM: proseguiamo con la descrizione dell'ufficio successivo, ovvero quello in cui lavorava la vittima. Prego".

Prima di riportare la risposta di Solimene occorre prestare attenzione al complesso delle fotografie disponibili, per comprendere come in effetti fosse facile equivocare fra una stanza e un’altra, anche disponendo di una planimetria.
Al netto delle fotografie riferite a locali accessori (corridoio, bagno, locale fotocopie) e di quelle chiaramente appartenenti alla stanza del delitto, restano in tutto 7 fotografie, in teoria riferibili ai 3 locali rimasti: l’ufficio della Faustini (quello dopo la stanza di Carboni), l’ufficio della Sibilia (quello dopo la Faustini), l’ufficio dellaBerrettini usato anche dalla Cesaroni (quello dopo la Sibilia). Tre uffici in fila dunque, come si può notare nella planimetria qui sotto.


Dopo la foto n. 28 (l’ultima delle 22 fotografie scattate nell’ufficio di Carboni) inizia la sequenza che riguarda gli altri uffici aiag, ed abbiamo:


la foto 29 della stanza n. 2 – Faustini – raffigurata nel suo insieme e di cui non seguono dettagli (questa stanza, presumibilmente scambiata per quella in cui lavorava Simonetta, sarà in seguito ripresa anche da un giornalista accompagnato dal poliziotto che si vede all’interno).





il gruppo di foto dal n. 30 al n. 34 chiaramente riferite alla stessa stanza (stesso pavimento e con dettagli sovrapponibili tra la foto in campo lungo – la 30 – e quelle di dettaglio 31, 32, 33 e 34) sono attendibilmente associabili alla stanza n. 3 per testimonianza della titolare Maria Luisa Sibilia). A lei furono in particolare mostrate le fotografie 31 e 32 che riconobbe come immagini del suo ufficio (il dettaglio del tagliacarte e della cintura).













Una ulteriore riprova che quella era la stanza n. 3 posta di fronte all’ingresso, si ha dal riflesso che compare sulla finestra, in cui sono visibili i contorni della porta di ingresso e della serratura (elaborazioni immagini a cura del dr. Fell).





la foto n. 35 del computer sicuramente non appartenente alla stanza n. 3, in quanto lo scorcio di finestra visibile nella fotografia non ha riscontri con la foto n. 30 ove si scorge la finestra della stanza 3. Ne consegue che quel computer staziona in un locale diverso, quello appunto in cui lavora Simonetta, la stanza n. 4.

Riassumendo si può affermare quanto segue:
La stanza in cui risiede il telefono macchiato di sangue, diversamente da come si è sostenuto finora, non coincide con il luogo in cui è ubicato il computer in uso a Simonetta.

Ed ora la risposta di Ciro Solimene all’invito del PM di descrivere “l’ufficio in cui lavorava la vittima”

"DICH. SOLIMENE: allora, l'ufficio sì. Praticamente... allora questo ufficio... vediamo un po'... allora in questo ufficio si osserva a distanza dalla parete destra una scrivania su cui poggiano carte varie, una sedia girevole e un tavolinetto su cui poggiano alcune carte, un tavolinetto vicino alla scrivania, alcune carte, una spillatrice e un tagliacarte metallico della lunghezza di centimetri 24, il cui manico è arrotondato con... e la con punta acuminata. Sulla spalliera della sedia girevole, poggia una cintura in tessuto color carne, presumibilmente io ho scritto, poi non so, da donna, presumibilmente.
PM: sì, sì.
DICH. SOLIMENE: a distanza dalla parete sinistra vi è una scrivania... una scrivania sulla quale poggiano pratiche varie, carte varie, eccetera e un telefono con citofono, il quale presenta la cornetta... la cornetta e su alcuni tasti, delle lievissime tracce rossastre, presumibilmente di sostanza ematica"
.

Secondo Solimene, dunque, e anche secondo il PM che conferma con il “si, si”, le due scrivanie sono parte dello stesso ambiente (giusto!) e quella in cui c’è il telefono con le tracce ematiche sarebbe la scrivania di Simonetta (sbagliato!)
L’equivoco si completa con la successiva richiesta del PM riguardo al computer.

"PM: sì. Ecco passiamo poi ad esaminare il computer, che era sempre nella stanza in cui lavorava la vittima".

E evidente che il PM presuppone con quel “era sempre nella stanza” che la scrivania precedentemente descritta sia nella stessa stanza in cui stazione il computer, cosa non vera.

Un errore certamente non dovuto ad una momentanea distrazione. Infatti viene commesso anche daCavallone, il procuratore da cui la dott. Calò ha ereditato l’inchiesta.
Ecco cosa dice il 20.10.2008 in sede di richiesta di riapertura delle indagini nei confronti di Vanacore Pietrino:


Prima ancora Pietro Catalani, il Pm che condusse l' inchiesta iniziale e che sulla questione scrivanie e telefono, così riferì in una nota al procuratore generale del 11.11.1992:





Forse l'origine dell'errore è ancora precedente, quando si confonde la stessa stanza (dove viene rinvenuta la cintura) con quella del computer. Il documento è un' informativa dell'ispettore Gobbi del 22-08-1990:

E’ stato accertato con sicurezza che l’ufficio di Simonetta era posto a sinistra della porta di ingresso. L’ufficio “di fronte” è quello della Sibilia, quello descritto in precedenza da Solimene e sappiamo che il telefono stava nella stanza di fronte all’ingresso (della Sibilia) assolutamente priva di computer.

Dunque abbiamo i titolari delle due inchieste che, seppur con sfumature diverse, affermano entrambi che la scrivania ove si trovava il telefono sporco di sangue, era occupata da Simonetta Cesaroni.
In apparenza, l’errore parrebbe privo di effetti pratici per i fini d’indagine. Infatti, non avendo ricavato dal contenuto di quella scrivania (le carte e gli oggetti che si trovano sul ripiano) elementi utili all’inchiesta, poco cambia se la scrivania non era quella della vittima, ma di un’altra impiegata.
A meno che…..
A meno che non vi sia una delle rimanenti impiegate degli ostelli a cui attribuire l’utilizzo della scrivania.
Ed è questa la sorprendente scoperta che si è fatta analizzando le fotografie e le testimonianze disponibili:nessuna delle impiegate che lavoravano in via Poma poteva occupare quella scrivania, essendo stata individuata per ciascuna di loro (in base a testimonianze ed altre evidenze) la propria postazione. Vedasi in proposito la ricostruzione che si propone nella planimetria precedente.

Ma allora chi occupava quella scrivania?
In via ipotetica si potrebbe pensare ad un uso, per cosi dire di appoggio, da parte della Sibilia, dimorante nella stessa stanza.
In tal caso, però, avremmo una disposizione di oggetti che suggeriscono un utilizzo a mo’ di deposito.
Al contrario abbiamo un telefono, un timbro, un barattolo con matite e oggettistica da ufficio, un posacenere con all'interno un mozzicone di sigaretta, pratiche ordinate sul lati. Il tutto disposto a raggiera rispetto alla sedia di un potenziale utilizzatore che si accomoda sul lato opposto.
Insomma, una postazione “viva” ed operante.
E allora vien da domandarsi se ci fosse qualche altra persona che poteva, anche solo saltuariamente recarsi in quegli uffici. Magari personale della sede nazionale o ex colleghi che ancora facevano visita agli uffici di via Poma.

Nulla al riguardo si è ricavato dalle carte, vecchie e nuove, dell’inchiesta sul delitto di via Poma. Anche le deposizioni processuali non offrono riscontri degni di nota.
E del resto la cosa non deve stupire. Avendo sempre ritenuto che quella fosse la scrivania di Simonetta, non vi era alcun motivo di porsi altre domande.
Le poche informazioni reperibili dalle carte provengono da domande fatte con altri scopi e che incidentalmente forniscono qualche spunto.
Si veda ad esempio uno scorcio di una deposizione della Faustini del 1996:

Sapevo che Menicocci avrebbe dovuto istruire la Cesaroni inizialmente per renderla edotta dei meccanismi di inserimento delle varie voci di contabilità per consentire poi alla ragazza di proseguire il lavoro da sola. Devo anche aggiungere che oltre a Menicocci vi erano altri dipendenti della sede nazionale che erano a conoscenza dello stesso tipo di meccanismo ma non so se questa attività di istruzione fu svolta anche da qualche altro”.

Una indicazione, seppur sommaria, di altra gente che avrebbe potuto “dare una mano”
Non si è chiesto prima, ma si può chiedere ora.

Riempire quella scrivania non è, per chi indaga, un proposito fine a se stesso.
Su quella scrivania è passato l’assassino che ha lasciato il sangue (suo o di Simonetta o di entrambi) sul telefono, e ancora bisogna capire quale motivo poteva avere per sostare in quella stanza, quando la vittima stava in quella di Carboni, munita di telefono, e precedentemente nel suo ufficio sulla parte opposta, anch’essa con telefono (Simonetta lo usò per chiamare la Berrettini).

La questione non è affatto trascurabile e potrebbe persino dirimere fra due ipotesi opposte: quella del territoriale rispetto a quella di un esterno.
Infatti, se si pensa ad un esterno, e quindi a Raniero Busco, l’esigenza di telefonare sarebbe stata soddisfatta in uno dei due ambienti che egli aveva frequentato, entrambi muniti di telefono. Perché cercare altrove?
Ma se al contrario si pensa ad un territoriale, e quindi a persona che conosceva bene quelle stanze, l’ufficio della Sibilia poteva essergli così famigliare da indurlo istintivamente a farne uso, forse anche per sistemare il famoso tagliacarte.

Se non fosse stato per la sua imperizia di lasciare tracce di sangue sull’apparecchio telefonico, e per ilfatale ricordo di Maria Luisa Sibilia sul tagliacarte che la mattina aveva cercato e non trovato, mai nessuno avrebbe pensato al suo ingresso in quella stanza che non c’entrava nulla.
Ma l’assassino di via Poma ha avuto una incredibile fortuna: tutti coloro che hanno indagato sul caso si sono confusi con le fotografie, assumendo che la scrivania col telefono sporco di sangue fosse quella usata da Simonetta.
Una scrivania quindi che non offriva alcun indizio.

Fino ad oggi.

Bruno Arnolfo per il blog Raniero Busco Innocente

giovedì 19 gennaio 2012

VIA POMA: CHI HA SPOSTATO IL TAGLIACARTE?

Un altro mistero. Uno dei tanti di questa vicenda che ne rimane avvolta come da uno spesso strato di fumo.

Torniamo all'inizio, alla notte tra il 7 e l'8 agosto 1990 quando, dopo la scoperta del cadavere di Simonetta Cesaroni, accedono sul luogo del delitto numerose persone: agenti di Polizia, dirigenti investigativi, il medico legale, la Scientifica e forse altri personaggi che non compaiono nei verbali ufficiali ma che riappaiono poi misteriosamente (e senza un apparente motivo) nella lista delle persone a cui hanno prelevato il DNA e successivamente confrontato con quello presente sugli indumenti della vittima.

Come da manuale si scattano le foto dei vari vani appartenenti all'ufficio e come da manuale è categoricamente vietato spostare o manomettere qualsiasi oggetto.

Sappiamo già che comunque qualcuno di particolarmente 'distratto' si è aggirato tra quelle stanze, tanto da staccare inavvertitamente il cavo elettrico del computer dalla presa di corrente, da cancellare lasegreteria telefonica, da mettersi a scarabocchiare strani pupazzi su foglietti di carta per ingannare il tempo e l'inevitabile noia che assale chiunque alla visione di un cadavere trafitto da 29 coltellate.

E ora scopriamo che c'è stato anche lo spostamento di un oggetto, e non uno a caso ma proprio quello che potrebbe essere considerato come l'arma del delitto: il tagliacarte.

Le foto che documentano lo spostamento sono in sequenza numerica e temporale la 30, la 31 e la 32. Si riferiscono alla stanza di Maria Luisa Sibilia, una dipendente degli Ostelli della Gioventù, in particolare colei che fu l'ultima ad uscire da quell'ufficio (ore 15.00) prima dell'arrivo di Simonetta nel primo pomeriggio.

Chi ha seguito in questi 20 anni la intricata vicenda sa bene che su quel tagliacarte c'è tutta una storia di sparizioni e riapparizioni assai misteriosa (vedi su questo le ipotesi contenute nel libro del criminologo Carmelo Lavorino), ma le analisi scientifiche hanno escluso che su questo oggetto ci fossero tracce di sangue.

E i misteri sul tagliacarte sono finiti lì.

Ma chi l'ha spostato quella notte e soprattutto perchè?

E volendo andare oltre, non è possibile che sia stato addirittura sostituito?

Sopra la foto scattata per prima (numero 30 nella numerazione della Polizia Scientifica): una visione d'insieme della stanza dove, nell'ingrandimento si nota chiaramente che il tagliacarte è in posizione B e la spillatrice in posizione A.

Di seguito le due foto successive (31 e 32 nella numerazione della Polizia Scientifica), dove il tagliacarte è evidentemente stato spostato (o sostituito con un altro) in posizione A accanto alla spillatrice.




di Gabriella Schiavon per Raniero Busco Innocente


LA COSTA CROCIERE CONOSCEVA, TOLLERAVA E ANZI INCORAGGIAVA GLI “INCHINI” DEL COMANDANTE SCHETTINO?


“La manovra del comandante Schettino non è approvata e autorizzata dalla Costa“, questo ha affermato la compagnia dopo l’incidente! Più o meno contemporaneamente dal blog di Costa crociere, scompariva un post datato 26 settembre 2010. Vi si leggeva: “La Costa Concordia che per la stagione estiva sta effettuando la crociera Profumi di Mediterraneo (…) il 30 agosto 2010, prima dell’arrivo a Napoli previsto per le 13.00, ha omaggiato con il suo saluto e con la sua breve sosta nella rada della Corricella, l’isola di Procida, tutto ciò grazie al comandante Francesco Schettino, di Meta di Sorrento”. Alcuni blogger però hanno ripescato il post nella memoria di Google e lo hanno rilanciato sul web. La Costa, forse per evitare polemiche, lo ha immediatamente ripubblicato. Certamente si tratta di uno strano comportamento che fa nascere sospetti. La compagnia conosceva, tollerava e anzi incoraggiava gli “inchini” del comandante Schettino? Sarebbe interessante avere una risposta.

mercoledì 18 gennaio 2012

NAUFRAGIO DELLA COSTA CONCORDIA: "IO CREDO SIA GIUSTO INDIGNARSI!"


Francesco Schettino



“Sono caduto nella scialuppa… è buio non vediamo niente… in questo momento la nave è inclinata… non posso salire perché c’è un’altra lancia davanti a noi”.


Prendete queste frasi pronunciate da Francesco Schettino e confrontatele con le battute tratte da The Blues Brothers. Certo la situazione è un po’ diversa! Nel film Jake, ovvero John Belushi, cerca di sfuggire ad una misteriosa ex fidanzata già abbandonata sull’altare.

Jake: “Ah! Ti prego, non ucciderci! Ti prego, ti prego, non ucciderci! Lo sai che ti amo, baby! Non ti volevo lasciare! Non è stata colpa mia!”
Ex-fidanzata di Jake: “Che bugiardo schifoso! Credi di riuscire a cavartela così? Dopo avermi tradito?”
Jake: “Non ti ho tradito. Dico sul serio. Ero... rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C'era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C'è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette! Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio!”

Peccato che il naufragio della Costa Concordia non sia un film americano con effetti speciali, peccato che i morti ancora dentro la nave siano morti veri!

Eppure anche di fronte a tanta vigliacca evidenza, di fronte a tanta menzogna, gli italiani sono riusciti a dividersi. Da una parte quelli che condannano il comandante della nave senza andare troppo per il sottile, dall’altra quelli che tentano, se non di giustificarne l’atteggiamento irresponsabile, almeno di prenderne le parti.

Si leggono così frasi del tipo: “Però sulla nave c’era lui!”; “L’attacco al comandante della Concordia è segno di imbarbarimento civile”; “Una vigliacca gogna mediatica è stata quella di pubblicare la telefonata tra lui e De Falco”; “Stanno sbattendo il mostro in prima pagina!”; “Siamo tornati alla caccia alle streghe”; “Lo attaccano per autoassolversi!”; e via dicendo.

I “difensori” si dividono in due categorie: da una parte i “commentatori” alla moda in cerca di luce mediatica, dall’altra cittadini più o meno convinti di quanto affermano. 

I primi li liquidiamo subito. Li considero peggio di Francesco Schettino perché stanno sempre là, sul pezzo. Uccellacci del malaugurio pronti a schierarsi in funzione della visibilità che scrivere una cosa piuttosto che un’altra gli può dare. Piccole canaglie animate da furbizia mediatica, “bastian contrari, necrofagi per professione”. Che il mare della vergogna li inghiotta!

I secondi non si possono liquidare! Sono un pezzo dell’Italia!

Mi chiedo sempre più frequentemente se sia stato il “berlusconismo” a svuotare il Paese di sentimenti autentici, di consapevolezza, di solidarietà, oppure se il “berlusconismo” altro non sia che il frutto marcio di una cultura in declino, di uno svuotamento delle coscienze antecedente alla disgraziata “discesa in campo”, di un annichilimento del sentire ben radicato nel tessuto sociale già prima che l’uomo di Arcore decidesse di entrare nella Storia?

I baluardi della nostra cultura sono stati seriamente danneggiati negli anni ’60, quando il boom economico e la televisione hanno devastato il fragile equilibrio di tradizioni, cultura contadina, operaia e popolana sopravvissuto al secondo conflitto mondiale. Gli italiani hanno rimosso, in nome del così detto “benessere”, tutti i nodi lasciati in eredità dalla Storia invece di scioglierli. Gli anni ’70 hanno aperto nuove ferite e al contempo liquidato quelle ideologie sulle quali poggiava il sistema della politica. Siamo arrivati così alla soglia del terzo millennio svuotati e impoveriti, inseguendo sogni individuali di ricchezza e successo. Siamo diventati “consumatori” onnivori e abbiamo barattato la coscienza di popolo con televisori al plasma e telefonini. Il berlusconismo ha trovato terreno fertile nella nostra malattia e ha propagato l’infezione!

Io credo sia giusto indignarsi di fronte agli incapaci e agli sciagurati! È salutare e al contempo significa esprimere solidarietà a chi ha ricevuto un danno materiale e morale. L'ha fatto Gregorio Maria De Falco, l'hanno fatto tanti italiani.

Io credo sia necessario indignarsi di fronte alla stupidità e all’arroganza! È sintomo di riscatto!

Francesco Schettino deve essere processato! E il processo deve essere "giusto"! Prima però il magistrato deve capire se ci sono altre responsabilità oggettive nel disastro e soprattutto occorre fare luce su come sia stato possibile che uno sbruffone evanescente ed incapace sia arrivato a comandare una nave!

"SONO CADUTO NELLA SCIALUPPA"


"Sono caduto nella scialuppa dopo aver aiutato i passeggeri". Il comandante Schettino ha giustificato così di fronte al magistrato l'abbandono di nave e passeggeri... Se non ci fossero tutti quei morti ci faremmo una bella risata. Sì perché la "battuta" sembra uscita da un film di Totò! Purtroppo non è così e a noi non resta che unirci al comandante De Falco e ripetere a tutti gli "schettino" d'Italia... "VADA A BORDO, CAZZO!"

martedì 17 gennaio 2012

COSTA CONCORDIA: VIDEO AGLI INFRAROSSI DEI PRIMI SOCCORSI

I primi soccorsi alla Costa Concordia ripresi all'infrarosso da un elicottero della Guardia Costiera. Immagini agghiaccianti. I passeggeri sembrano "formiche" in fila sul punto di sprofondare nell'oscurità!

JEAN LUC GODARD E LA COSTA CONCORDIA





"Povera Europa. Devastata dalla sofferenza, corrotta e violata". Si tratta dello sfogo di  una giovane donna ripresa sul ponte della nave da crociera Costa Concordia. Si tratta di una scena di Film socialisme, del 2010, di Jean Luc Godard, dove il regista francese si interroga sulla decadenza del cinema e dell'Europa.  La maggior parte delle scene sono state girate proprio sulla Costa Concordia, che naviga nella notte scura, verso la fine del mondo, mentre i passeggeri vagano tra gli interni lussuosi della nave, facendo finta di divertirsi.

COMANDANTE CAPITANERIA DI PORTO: “LE FACCIO PASSARE UN'ANIMA DI GUAI. VADA A BORDO, CAZZO!”; SCHETTINO: “MA È BUIO E NON VEDIAMO NULLA”


Francesco Schettino

Il Corriere Fiorentino ha diffuso l'audio (ASCOLTA) della conversazione tra il comandante della Concordia Francesco Schettino il comandante della capitaneria di porto Gregorio Maria De Falco. Eccone la trascrizione. Inutile ogni commento!

De Falco: «Sono De Falco da Livorno, parlo con il comandante?
Schettino: «Sì, buonasera comandante De Falco»
De Falco: «Mi dica il suo nome per favore»
Schettino: «Sono il comandante Schettino, comandante»
De Falco: «Schettino? Ascolti Schettino. Ci sono persone intrappolate a bordo. Adesso lei va con la sua scialuppa sotto la prua della nave lato dritto. C'è una biscaggina. Lei sale su quella biscaggina e va a bordo della nave. Va a bordo e mi riporta quante persone ci sono. Le è chiaro? Io sto registrando questa comunicazione comandante Schettino...».
Schettino: «Comandante le dico una cosa...»
De Falco: «Parli a voce alta. Metta la mano davanti al microfono e parli a voce più alta, chiaro?».
Schettino: «In questo momento la nave è inclinata...».
De Falco: «Ho capito. Ascolti: c'è gente che sta scendendo dalla biscaggina di prua. Lei quella biscaggina la percorre in senso inverso, sale sulla nave e mi dice quante persone e che cosa hanno a bordo. Chiaro? Mi dice se ci sono bambini, donne o persone bisognose di assistenza. E mi dice il numero di ciascuna di queste categorie. E' chiaro? Guardi Schettino che lei si è salvato forse dal mare ma io la porto... veramente molto male... le faccio passare un'anima di guai. Vada a bordo, cazzo!»
Schettino: «Comandante, per cortesia...»
De Falco: «No, per cortesia... lei adesso prende e va a bordo. Mi assicuri che sta andando a bordo...».
Schettino: «Io sto andando qua con la lancia dei soccorsi, sono qua, non sto andando da nessuna parte, sono qua...»
De Falco: «Che sta facendo comandante?»
Schettino: «Sto qua per coordinare i soccorsi...»
De Falco: «Che sta coordinando lì? Vada a bordo. Coordini i soccorsi da bordo. Lei si rifiuta?
Schettino: «No no non mi sto rifiutando».
De Falco: «Lei si sta rifiutando di andare a bordo comandante? Mi dica il motivo per cui non ci va?»
Schettino: «Non ci sto andando perché ci sta l'altra lancia che si è fermata...».
De Falco: «Lei vada a bordo, è un ordine. Lei non deve fare altre valutazioni. Lei ha dichiarato l'abbandono nave, adesso comando io. Lei vada a bordo! E' chiaro? Non mi sente? Vada, mi chiami direttamente da bordo. Ci sta il mio aerosoccorritore lì».
Schettino: «Dove sta il suo soccorritore?»
De Falco: «Il mio soccorritore sta a prua. Avanti. Ci sono già dei cadaveri Schettino».
Schettino: «Quanti cadaveri ci sono?»
De Falco: «Non lo so.. Uno lo so. Uno l'ho sentito. Me lo deve dire lei quanti ce ne sono, Cristo».
Schettino: «Ma si rende conto che è buio e qui non vediamo nulla ...».
De Falco: «E che vuole tornare a casa Schettino? E' buio e vuole tornare a casa? Salga sulla prua della nave tramite la biscaggina e mi dica cosa si può fare, quante persone ci sono e che bisogno hanno. Ora!».
Schettino: «(...) Sono assieme al comandante in seconda».
De Falco: «Salite tutti e due allora. (...) Lei e il suo secondo salite a bordo, ora. E' chiaro?».
Schettino: «Comandà, io voglio salire a bordo, semplicemente che l'altra scialuppa qua... ci sono gli altri soccorritori, si è fermata e si è istallata lì, adesso ho chiamato altri soccorritori...».
De Falco: «Lei è un'ora che mi sta dicendo questo. Adesso va a bordo, va a B-O-R-D-O!. E mi viene subito a dire quante persone ci sono».
Schettino: «Va bene comandante»
De Falco: «Vada, subito!»

LE ULTIME PAROLE FAMOSE

Giovanni Schettino nel momento dell'arresto
Giovanni Schettino, già comandante della Costa Concordia: 
"Non vorrei essere nel ruolo del comandante del Titanic, obbligato a navigare nell'oceano tra gli iceberg".
"Sulla nave deve regnare una disciplina quasi militare. Se si crea una situazione difficile, il comandante dovrà avere tutto sotto controllo. Ed esser là dove necessario".
"La sicurezza viene prima di tutto"

lunedì 16 gennaio 2012

DELITTO DI TORPIGNATTARA: TROVATO IMPICCATO UNO DEI RICERCATI

Zhou Zheng e sua figlia Joy

Si chiamava Mohamed Nasiri. L’hanno trovato impiccato a un'arcata di un capannone agricolo abbandonato, in zona Boccea. Gli inquirenti l’hanno definito senza esitazione un suicidio. Probabilmente si è ucciso per l’incapacità di gestire l’atto orribile commesso. Tuttavia qualche dubbio resta.

Viene spontaneo pensare che possa essere stato “aiutato” ad andarsene dalla criminalità romana, danneggiata nei suoi soliti traffici dallo spiegamento di uomini e mezzi messo in campo dalle autorità per ritrovare i due assassini di Zhou Zheng e di sua figlia Joy.

Qualcun altro vede nel suicidio l'ombra delle "triadi" cinesi, d'altra parte il 2012 è l'anno del dragone! E di certo le stranezze non mancano. Non è infatti chiaro come l’uomo, inseguito da centinaia di agenti delle forze dell’ordine, sia arrivato in questa zona della campagna romana. La morte sarebbe poi avvenuta, secondo la prima ricostruzione medico-legale, circa tre giorni fa. Ovvero a ridosso del capodanno cinese, una coincidenza che ha fatto immaginare scenari da spy story in pieno stile Chinatown.

Resta il fatto che Mohamed Nasiri, marocchino di circa trenta anni, non potrà più raccontare cosa è accaduto quella sera maledetta.

Intanto continuano le ricerche dell'altro latitante che potrebbe già trovarsi all'estero.

domenica 15 gennaio 2012

SCRIVE SU FACEBOOK: "HO COMINCIATO UNA NUOVA RELAZIONE, SPERO CHE DURI PER TUTTA LA VITA PERCHÈ SONO STANCO DI AVERE DELUSIONE: TI AMO NINA", POI STRANGOLA LA MOGLIE...

Massimo La Terra

Massimo La Terra
Massimo La Terra ha ucciso la moglie al termine di una lite iniziata all'ora di pranzo. Poi ha scaraventato il corpo senza vita dalle scale della sua abitazione di via Simeto, nel quartiere della Stradanuova a Scicli. La Terra però non si era reso conto di aver commesso un omicidio, tanto che è stato lui stesso a chiamare il 118. Quando è arrivata l'autoambulanza per la donna era già troppo tardi: i soccorritori non hanno potuto fare altro che accertare il decesso.
Massimo La Terra aveva iniziato una nuova relazione, neanche tanto segreta visto che sulla bacheca di Facebook aveva scritto il 31 dicembre:  E ancora:"Ci vediamo alle 24,20. A dopo, buon anno, gioia".


NAUFRAGIO DELLA CONCORDIA: “I MARINAI NON AVEVANO IDEA DI COME FUNZIONASSERO LE SCIALUPPE”

Costa Concordia al largo del Giglio
"I marinai erano tutti stranieri. Non sapevano parlare né l'italiano né l'inglese, e soprattutto non avevano idea di come funzionassero le scialuppe. Gliel'ho dovuto spiegare io insieme ad altri. Erano più terrorizzati di noi". L'ha dichiarato un sopravvissuto dopo essere arrivato al Giglio! Frase agghiacciante! Se fosse vero le responsabilità, oltre che al "comandante", sarebbero da attribuire alla superficialità con cui la Costa Crociere gestirebbe le sue attività. Occorre fare chiarezza! 

MI CHIAMO ROSE... SALVATEMI!

Rose Metcalf su Face

Rose Metcalf su Twit

Rose Metcalf su Twit
"Mi chiamo Rose, è venerdì 13 e sono una delle ultime sopravvissute ancora a bordo della nave da crociera naufragata al largo della costa italiana. Pregate affinché ci salvino".E' il messaggio d'aiuto lanciato su Facebook e Twitter da Rose Metcalf, ballerina a bordo della Costa Concordia. Con una foto, buia, mentre aspetta i soccorsi. Qualche giorno fa Rose aveva definito "the perfect life" la sua vita a bordo della Concordia. Come non pensare a  Rose Dewitt, la protagonista di Titanic!

sabato 14 gennaio 2012

LA TRAGEDIA DEL CONCORDIA

webcam Giglio Porto
Se una nave come la Costa Concordia inizia ad imbarcare acqua dalla chiglia non c'è niente da fare! Dopo qualche ora di agonia affonda! Ed è esattamente quello che sta accadendo di fronte l'isola del Giglio!

La nave si è incagliata su uno scoglio nella notte davanti all’Isola del Giglio e ha subito squarci su entrambi i lati della chiglia. Dopo essersi inclinata ha iniziato ad affondare. Panico tra i passeggeri, ma anche inadeguatezza del comandante della nave e dei suoi ufficiali, incapaci di gestire l'emergenza. Finora tre morti!

venerdì 13 gennaio 2012

MONZA: UCCISA A 18 ANNI!

via D'Annunzio, 12
Una 18enne è stata rinvenuta morta in una abitazione di via d'Annunzio 12, a Monza. I carabinieri del 118, chiamati sul posto da alcuni famigliari, avrebbero riscontrato lesioni compatibili con un evento violento. Da quanto si riesce a capire la giovane giaceva esanime sul letto con una sciarpa attorno al collo. 

La ragazza da circa dieci giorni era nell'abitazione dello zio. Si indaga per omicidio e non è escluso che la vittima conoscesse l'assassino: non ci sono segni di effrazione.

giovedì 12 gennaio 2012

OMICIDIO DI VIA POMA: TESTIMONI FORTUNATI


Simonetta Cesaroni


Nelle vicende della vita si è sempre testimoni di qualcosa, per avervi preso parte o avervi assistito, e quando il “fatto” di cui siamo testimoni diviene per qualche ragione materia di indagine, si è pure costretti a rendere testimonianza, influendo in questo modo sull’esito delle indagini.

Una descrizione sommaria del concetto di “rimanere coinvolti” che a ben vedere non è propriamente realistica.

Nel vissuto reale il “rimanere coinvolti” assume un significato più malizioso, tanto che ci si ritiene coinvolti soltanto quando non si può evitare di esserlo.

Per dire, in un incidente stradale può capitare che ci è impossibile negare di aver visto il sinistro (altri testimoni ci hanno segnalati, vi sono telecamere che provano la nostra presenza, abbiamo prestato soccorso ecc. ecc..), ma può anche succedere che nulla possa provare che noi abbiamo visto, lasciando aperta la possibilità di sottrarsi dal rendere testimonianza.

Nel primo caso si è “sfortunati” in quanto comunque costretti a riferire i fatti di cui si è testimoni, fosse anche falsamente.

Nel secondo caso si è invece “fortunati” in quanto la decisione di astenersi dal raccontare i fatti pur conoscendoli, non può essere scoperta (o quantomeno è assai difficile che lo sia), per cui ci si può tranquillamente mischiare con coloro che effettivamente nulla sanno. Un ottimo beneficio per chi fosse coinvolto in modo troppo diretto.

Il delitto di via Poma non fa eccezione.

Sappiamo quali sono i testimoni sfortunati. Essenzialmente tre, ognuno dei quali sapeva da prima, e non poteva negarlo, che Simonetta avrebbe lavorato in via Poma il pomeriggio del 7 agosto.

Dalla lista vanno esclusi i famigliari di Simonetta di cui non è di alcuna utilità saperli più o meno informati (tra l’altro la madre ricordava soltanto che l’indirizzo aveva un nome corto).

Salvatore Volponi è il primo.
E’ l’unico datore di lavoro rimasto (Bizzochi è in ferie) e non può quindi ignorare cosa faccia la sua dipendente quel giorno.
Paola Cesaroni lo costringe pure ad avviare le ricerche, a dire di eventuali accordi con Simonetta, a negare di conoscere l’indirizzo esatto, ad essere subito preda degli inquirenti.
Salvatore Volponi può aver mentito sui fatti che racconta, ma non può astenersi dal parlare di quei fatti.

Pietrino Vanacore è il secondo
Testimone da due mesi degli ingressi di Simonetta nel palazzo in orari e giorni prestabiliti difficilmente può ignorare che la vittima sarebbe stata lì quel pomeriggio. In ogni caso gli inquirenti pensano subito a lui e lo accusano di omicidio.
E’ costretto più di chiunque altro a raccontare i fatti.

Luigina Berrettini è la terza.
E’ lei che prepara il lavoro a Simonetta e non può quindi ignorare che il pomeriggio sarebbe venuta in ufficio.
E’ pure costretta a riferire di quella telefonata ricevuta da Simonetta, avendone già parlato con la Baldi nel pomeriggio quando si informa dei codici da inserire.
Come per Volponi e Vanacore ha molte cose da dire e, forse, molte ragioni per mentire.

Tutti gli altri non sono testimoni, se non per qualifica giuridica ottenuta al processo, non avendo essi cognizione del fatto che Simonetta stava in via Poma quel pomeriggio.
A meno che, ovviamente, non si tratti di un “testimone fortunato” uno che ha potuto nascondersi fra tutti quelli che non sanno, proprio perché nessuno sapeva che egli o ella era informato della presenza di Simonetta in via Poma il 7 agosto 90.
Fra i testimoni sfortunati, che mentono o dicono il vero di ciò che raccontano, e i potenziali testimoni fortunati che sicuramente mentono non raccontando ciò che sanno, vi è una terza categoria a cui appartiene un solo soggetto: l’assassino.
Costui è una sorta di testimone fortunato, il più fortunato di tutti.

E allora vien da chiedersi se uno così fortunato poteva cavarsela senza l’aiuto di un testimone altrettanto fortunato.

Bruno Arnolfo da BuscoInnocente

YARA, PRELEVATO DNA AD UNA DONNA DI CASSINO



Secondo indiscrezioni raccolte da "Chi l'ha visto?", gli inquirenti responsabili delle indagini sull’omicidio di Yara Gambirasio hanno chiesto a una donna che abita vicino a Frosinone di sottoporsi al prelievo del suo Dna. I carabinieri sarebbero andati da lei dicendo che il suo cellulare aveva agganciato la zona di Brembate il giorno della scomparsa della ragazzina. La donna, che ha negato di aver quel numero di cellulare, si è poi dovuta sottoporre all'esame del Dna, tramite tampone.


La signora Fusciello ha rilasciato una intervista raccontando, innanzitutto, che il numero della sua utenza telefonica ion corrisponde a quella che presumibilmente si trovava a Brembate il giorno della scomparsa di Yara, il 26 novembre del 2010.
Elisa Fusciello, madre di tre figli residente nel cassinate, si è detta assolutamente estranea: "Non vedo che cosa c'entro io con tutto questo. Non sono mai stata a Brembate e vivo qui a ottocento chilometri di distanza. Il maresciallo dei carabinieri mi ha detto che dovevo fare il dna. Mi hanno sottoposta al test con due tamponi sulle gengive. Mi è crollato il mondo addosso. Sono uscita piangendo dalla caserma. Non ho nulla a che vedere con tutto questo. Mi chiedo perché mi hanno fatto il Dna".
La vicenda si presenta con tinte kafkiane! Speriamo che gli inquirenti sappiano cosa stanno facendo. Speriamo che non sia la dimostrazione della disperazione investigativa, del brancolare nel buio.

giovedì 5 gennaio 2012

AGGUATO A CHINATOWN

via Alò Giovannoli
la scena dell'agguato
Quando sono arrivato a via Giovannoli il corpo era ancora a terra, a pochi metri dall'edicola chiusa, proprio di fronte alla chiesa di San Barnaba, chiusa anch'essa. Erano le 22.00, così mi hanno detto alcuni abitanti delle palazzine scesi in strada a curiosare, quando due colpi di revolver hanno posto fine alla vita di Zhou Zheng, 31 anni, e della figlioletta di 9 mesi.


In quella zona di confine tra Tor Pignattara e il Pigneto la presenza di cinesi è molto forte. C'è una piccola China Town attorno agli esercizi commerciali che hanno sostituito negli ultimi anni le attività storiche del quartiere, chiuse o migrate altrove. Bar,  money transfer, abbigliamento, supermercati, ma anche telefonia e computer. Poi ci sono i locali con la serranda sempre alzata, anche la domenica pomeriggio. Là dentro decine di lavoranti cinesi non abbandonano un attimo le macchine per cucire e sfornano camice, magliette, gonne, jeans che poi chissà dove vanno a finire.


Zhou Zheng e sua moglie Zenghlia di 27 anni, stavano rientrando a casa dopo aver chiuso il loro money transfer in via Antonio Tempesta, a poche centinaia di metri dal luogo del duplice omicidio. Due individui con il casco in testa si sono avvicinati e - secondo quanto ricostruito da  Zenghlia  - le avrebbero chiesto di consegnargli la borsa con circa 5.000 euro, ovvero l'incasso della giornata. La giovane donna però si sarebbe rifiutata di dargliela. A quel punto uno dei due l'avrebbe colpita al braccio con un coltello. Nel frattempo  Zhou Zheng avrebbe cercato di difenderla con in braccio la bambina. A quel punto uno dei due individui avrebbe fatto fuoco, senza pietà. Due colpi contro il cinese e la sua bambina. Poi avrebbe strappato dalle mani della donna la borsa.  Zhou Zheng, colpito all’addome ed è morto sul colpo. La piccola, ferita alla testa è morta nell'ambulanza mentre le stavano prestando i primi soccorsi. 

"Al momento - mi ha detto il comandante della locale stazione dei Carabinieri - stiamo seguendo tutte le piste". 

Stamane, quando sono ripassato di là, c'erano al solito tanti cronisti. Inseguivano con le telecamere i cinesi di passaggio, senza ottenere risposte. Tor Pignattara è stata per anni il crocevia del gioco d'azzardo, delle scommesse clandestine, delle sale biliardo. Tra i caseggiati degli anni '30, confusi con quelli venuti su con il "sacco di Roma" degli anni '60, si nascondono ancora "bische clandestine" e sale dove si può scommettere su qualsiasi cosa. Da qualche anno però l'atmosfera è cambiata e i vecchi protagonisti del crimine sono stati sostituiti da altri. L'alta presenza di immigrati clandestini e in particolare l'arrivo di soggetti disposti ad accettare qualsiasi incarico pur di guadagnare, ha favorito lo "spaccio". Tor Pignattara è così diventata uno dei luoghi della città dove la criminalità romana gestisce la distribuzione delle "bustine" ai piccoli spacciatori. Ma gli equilibri stanno cambiando ancora. Nell'ultimo anno ci sono stati altri agguati. Per lo più accoltellamenti e regolamenti di conti tra piccole bande di estorsori e spacciatori, è la prima volta che si verifica una rapina con due vittime. Ora bisognerà capire se a compierla sono state due "belve", oppure se c'è dell'altro, perché la comunità cinese vive appartata rispetto alle altre. Ha le sue regole e i suoi riti. Speriamo che questo episodio tragico non segni l'inizio di una guerra per il controllo del territorio. E soprattutto speriamo di poter vedere presto il volto dei due assassini.

di Igor Patruno

via Giovanni Maggi

cartellone pubblicitario attaccato al muro della chiesa

via Augusto Dulceri